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mercoledì 7 gennaio 2015

Il dolore di Gibram

Sul Dolore di Gibran

Il dolore è lo spezzarsi del guscio

che racchiude la vostra conoscenza.

Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi

affinché il suo cuore possa esporsi al sole,

così voi dovete conoscere il dolore.

E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia

per i prodigi quotidiani della vita,

il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;

accogliereste le stagioni del vostro cuore

come avreste sempre accolto le stagioni

che passano sui campi.

E vegliereste sereni durante gli inverni del vostro dolore.

Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.

È la pozione amara con la quale il medico che è in voi

guarisce il vostro male.

Quindi confidate in lui e bevete il suo

rimedio in serenità e in silenzio.

Poiché la sua mano, benché pesante e rude,

è retta dalla tenera mano dell'Invisibile,

e la coppa che vi porge,

nonostante bruci le vostre labbra,

è stata fatta con la creta che il Vasaio

ha bagnato di lacrime sacre.


lunedì 29 dicembre 2014

Sottomissione: serve della vita nascente...

Serve della vita nascente. Nel mondo islamico le donne si sottomettono al "padre", nel mondo cattolico si devono sottomettere al "figlio" anche quando si tratti soltanto di un uovo fecondato o di un embrione.
Nel mondo cattolico la pena per la fornicazione non è la frusta, ma l'impossibilità di sottrarsi alla gravidanza e al parto indesiderati attraverso il divieto di aborto e l'indisponibilità dei mezzi antifecondativi più efficaci.




Ecco perchè preferisco il bdsm; per lo meno posso scegliere di vivere la mia vita come più desidero. Scegliere la persona nella moltitudine umana che ci attornia.Donarsi completamente sempre nel S.S.C.. Certo che tutto ciò non sempre è facile e questo avviene quando si è presa coscienza di se stesse, di quello che si è, di quello che si cerca, di quello che si vuole; avviene una selezione naturale.

Cosa è il bdsm per me. E' l'atto nel quale una relazione D/s va oltre l'amore. E' un donarsi incondizionato del proprio corpo e della propria mente senza nulla chiedere. Va oltre il comune atto d'amore. Va oltre alla comune relazione coniugale. Non ci sono parole per descrivere quello che si prova in quei determinati momenti. Lasciarsi completamente andare, salire nel subspace. E' quello che succede a me. Potrei trovarmi davanti a milioni di persone, esibita in una pubblica piazza ma è come se fossimo solo io e Lui. Un feeling di varie dinamiche che si innestano. Un fuoco di passione. Momenti indistruttibili. Una bomba mucleare di fluidi che scorrono.Adrenalina pura. Sguardi che si incontrano. Pelle che luccica. Frusta che ti brucia il corpo. Sfogo e rilascio di endorfine. Alla fine ti lascia nell'oblio dei sensi.

diritti riservati-copyright Roccia dell'Acquaviva




venerdì 28 novembre 2014

Inquisizione medievale: storia della strega ostetrica...

http://www.inquisitionlive.net/ir_main-e.php

Collegandovi a questo link troverete un video sull'inquisizione medievale.

A me piace molto l'inquisizione. Penso di essere una strega rinata in una femmina tentatrice e peccatrice. Pur riconoscendo le terribili torture che venivano inflitte alle donne in quel periodo non riesco a rimanere ammaliata davanti a queste scene. Buona visione.



Storia della strega ostetrica al tempo della Santa Inquisizione
by laglasnost ·

Claudia ha voluto regalare a me e a voi un racconto e la relativa traccia storia che lo ispira. Si parla di caccia alle streghe, di ostetriche, di aborto e condanne in stile inquisitorio. Grazie a lei per questo dono e buona lettura a voi!
>>>^^^<<< Claviceps Purpurea[1]



Sarà una cacciatrice! Una benandante!
strillò la levatrice mentre frugava dentro mia madre cercando di farmi uscire, ci vollero ore per tirarmi fuori. Nacqui di piedi e incamiciata. Non accade quasi mai. Per tutti erano segni che la mia non sarebbe stata una vita comune.
Non piansi subito, dissero che mi limitavo a guardare la donna che mi aveva tirato fuori con occhi appannati. Mia madre insieme a me avvolta nell’amios, aveva espulso la placenta intera come fanno le gatte. La levatrice la mostrò a tutte come un trofeo, come se lo sforzo lo avesse fatto lei, quando la placenta non ha strappi la madre è al sicuro, nessun residuo, nessun pericolo di febbre. Mi ripulirono dal sangue e dalla merda e si accorsero che la mia pelle era biancolatte, perfetta, senza neanche una macchia: lo interpretarono come un ulteriore segno.
Mia madre non mi tenne in braccio né allora né mai, non mi allattò neanche, tanto che dopo pochi giorni divenni sorella di latte della mia vicina, Sibillia, la sua mamma e la mia avevano partorito a pochi giorni di distanza solo che la madre amava quella figlia, l’aveva desiderata disperatamente e l’aveva accolta come un dono dopo sette figli maschi. Mia madre, invece, mi odiò dal primo istante in cui mi vide e non ne ha mai fatto mistero. Non voleva figli e se proprio dovevano arrivare che almeno fossero maschi. Mio padre partì un giorno per il mercato settimanale e non tornò più. Mia madre diede la colpa a me. Avevo sette anni ed ero molto bella. Tutti me lo dicevano. Tutti tranne lei, per mia madre ero una “sconcezza”, un mostro, ero schifosa come una cagata di mosca sullo zucchero. E io che solo da lei, almeno una volta, avrei voluto sentirmi dire: “sei bellissima” aspettai invano. Non me lo disse mai e quando sul letto di morte mi guardava senza riconoscermi l’ultima parola che mi sussurrò fu “stria”.



Non sono diventata una cacciatrice. Dai segni alla mia nascita, avrei dovuto essere una che lotta contro le streghe nei campi, che le allontana dalle colture perché non le danneggino coi malefici. Ma quando ricevetti la chiamata in sogno, non risposi. Non mi unii in spirito ai benandanti e non combattei mai contro le streghe né in sonno ne’ in veglia. Divenni anzi una di loro. Almeno è quello che disse mia madre di me. Ed è quello che dicono ora i giudici: sei una strega. Per me io sono stata quella che aiutava le donne a partorire o a non farlo. Se una non voleva essere madre, se il marito o l’amante non s’erano ritirati in tempo, se un nobile le aveva costrette a giacere nel suo letto, se nei loro occhi leggevo l’angoscia, se le vedevo affrante per un figlio non voluto, se riconoscevo in loro il bagliore d’odio che aveva mia madre ogni volta che posava lo sguardo su di me, le aiutavo. Sì, a liberarsi di quello che consideravano un fardello.
Ero temuta, rispettata e riverita ma non amata. Non mi importava e non mi importa. Le aiutavo a essere madri, a non esserlo mai o a non esserlo più. Gioivo con loro quando erano felici di tenere in braccio la propria creatura e soffrivo con loro quando mi pregavano di non farle partorire per la quindicesima volta. Erano riconoscenti ma mi evitavano per strada, io ero quella che non si doveva nominare mai. Quella che si chiamava solo in caso di parti complicati. Mi usavano solo per allontanare la morte. Tutti mi fuggivano. Tranne Sibillia la mia sorella di latte che è qui con me adesso e che lo è sempre stata. Era con me quando andavo a cercare lo stramonio e quando macinavo la segale cornuta per ricavare la farina da setacciare accuratamente, dividere e usare come pane per le partorienti, il medicamento impediva loro di dissanguarsi dopo un parto difficile. Le stordiva, certo, e dopo loro raccontavano d’avermi vista volare, bellissima, con altre come me e ballare, ballare fino allo sfinimento sotto un albero dagli strani frutti. Sapevo che erano allucinazioni e che presto sarebbero svanite. Non era bello per loro viaggiare nel crepuscolo dei sogni, c’era il rischio che lo spirito non tornasse indietro. Ma non esisteva un modo per evitarlo.


Quell’impasto era irrinunciabile. Salvava la vita delle puerpere ma in qualche modo contribuì alla mia rovina della mia, anche se non è la causa principale per cui sono qui, in questa cella puzzolente. La causa è una rabbia che cammina e respira e soprattutto che parla: un giorno trovai in casa mia una donna, non la conoscevo bene, ma sapevo che era già madre di cinque figli, lavorava da serva in casa del signore che possedeva mezzo contado. Non poteva dire di no al padrone, lui fece ciò che volle e poi lei venne da me. Era troppo tardi, lo capii immediatamente: la stoffa del vestito si tendeva sull’addome, non avevo bisogno neanche di toccarla ma lo feci, le posai la mano sul ventre gonfio e scossi la testa, le dissi che non andava bene, che aveva aspettato troppo, che non si poteva far nulla. Lei prima si disperò, poi mi supplicò e infine mi maledì. Non la rividi più. Seppi qualcosa di lei solo quando vennero a prendermi: aveva partorito un figlio deforme che non aveva niente di umano. Quando la levatrice scappò dalla stanza del parto urlando, il marito si precipitò dentro e davanti a quel neonato accusò la moglie di essersi accoppiata con il demonio e di aver generato un mostro con gli occhi di capro, afferrò il figlio e lo affogò dentro la tinozza. Il neonato morì senza neanche aver emesso il primo vagito.
La donna arrestata come strega infanticida e quando fu tratta in catene davanti ai giudici disse che io l’avevo ammaliata, che l’avevo maledetta perché partorisse un figlio deforme, che chiedessero alle altre donne. Fece dieci nomi di persone che avevo aiutato. Tutte mi denunciarono, tutte dissero di avermi vista entrare di notte nelle loro case dalla finestra di averle avvinghiate con i miei lunghi capelli d’ebano e di averle quasi soffocate per indurle all’aborto. Alcune ripeterono d’avermi visto volare e ballare con altre donne come me sotto un albero dagli strani frutti.
Non odio le mie accusatrici, forse credono in ciò che dicono. Sono state minacciate di tortura e tanto basta.
Le comprendo e non le biasimo, io stessa ho confessato, dopo il quinto tratto di corda, quando ho sentito il rumore liquido del tendine che si strappava, per il dolore indicibile e la vergogna di aver rilasciato gli intestini ho ammesso di essere colpevole di “commercio con il demonio”, di essermi accoppiata con lui e di aver trattenuto dentro di me il suo sperma gelido e di aver baciato a lungo il suo buco del culo. Avrei detto qualsiasi cosa. Volevo solo che smettessero. Ora il braccio destro è diventato nero ma non mi duole più, il sinistro è inerte. La confessione è stata accolta dai giudici, la mia condanna è fissata per domani, sento i servi che ammucchiano le fascine, sono terrorizzata. Non voglio morire così. Almeno Sibillia non ce l’ha fatta, è morta quando l’hanno riempita d’acqua e il suo stomaco non ha retto, ora è qui sempre vicina a me, non hanno ritirato il suo corpo credo che vogliano punirmi ancora, lasciandomi in compagnia del suo corpo in decomposizione. Ma nulla può farmi più male di sapere che domani dovrò morire.
Il cadavere ha rilasciato un’enorme quantità di liquido e adesso il pavimento è viscido. La puzza è insopportabile. Sento le urla dei torturati e i gemiti dei morenti nelle celle accanto. Sono sfinita. Vorrei tanto che finisse tutto.



Devo aver dormito un poco perché mi accorgo di non essere più sola nella cella. Il corpo di Sibillia è sparito, forse perché si erano divertiti abbastanza o forse non c’era spazio a sufficienza per tre. Accanto a me ora c’è una ragazza, è molto buio, mi trascino vicino a lei per osservarla meglio, è giovanissima, la riconosco: è la giudea. Era incatenata accanto a me prima che mi trascinassero davanti ai giudici, piangeva perché non capiva niente, qualcuno l’aveva accusata di aver avvelenato i pozzi e di aver fatto ammalare le bestie, durante la perquisizione a casa sua hanno trovato dei testi idolatri e demoniaci. Mentre me lo raccontava si è disperata ancora di più e ha cercato di liberarsi dalle catene scuotendole e urlando che non sapeva neanche leggere, si è fermata solo quando la guardia l’ha percossa.
Non ho bisogno di più luce per vedere che non resisterà a un’altra sessione di tortura. Sento l’odore dolciastro del sangue corrotto e scorgo la devastazione del suo ventre, devono avere usato il cavalletto. Le sue caviglie sono gonfie e nere per le corde e i pesi. Non passerà la notte, delira e sembra che canti, attacco la bocca al suo orecchio e capisco che invoca il suo Dio e prega nella lingua dolce delle sinagoghe. Vorrei consolarla ma sono stanca. Poggio la testa sul suo petto, ascolto il suo cuore debole battere e penso: ho ventitre anni, mi chiamo Adele e domani sarò cenere.

—>>>Note dell’autrice.
Questo è racconto è frutto della fantasia dell’autrice che sarei io, Claudia. Ritengo opportuno, tuttavia precisare che le accuse di stregoneria e i relativi processi contro le accusate di essere in combutta con il demonio sono verità storiche, reali e documentate, dovrei spingervi a cercarne notizie da soli, visto che questo è solo uno stupido racconto e non una tesi di laurea ma poiché sono buona eccovi una bibliografia minima.
1) Per quanto riguarda le accuse di stregoneria, l’uso vero o presunto di sostanze psicotrope vere da parte delle cosidette streghe, le persecuzioni di mendicanti e ebrei accusati di procurare epidemie di peste vi rimando a Carlo Ginzburg, Storia notturna: una decifrazione del sabba, Torino, 1989.
In particolare a proposito delle intossicazioni da farina ricavata dalla segale cornuta e della claviceps purpurea come farmaco, nell’ultima parte dell’opera alle pagine 284-285 l’autore parla della medicina popolare e precisa che veniva largamene usata come abortivo o per accelerare le doglie e il parto. Cito testualmente: “della cultura medica popolare soprattutto femminile la claviceps purpurea faceva verosimilmente parte da molto tempo. Ciò significa che molte sue proprietà erano conosciute e controllate. Altre emergono dalle descrizioni dei sintomi dell’ergotismo convulsivo…le manifestazioni del morbo variavano molto a seconda dei pazienti. Alcuni erano scossi da contrazioni dolorosissime; altri simili a estatici piombavano assopiti in un sonno profondo: terminato il parossismo si svegliavano e parlavano di varie visioni…la gente attribuiva tutto ciò a una causa soprannaturale”.
L’uso consapevole della sostanza per indurre stati estatici non è provata, quindi si può solo ipotizzare.
2) Per quanto riguarda i benandanti e tutto ciò che compete loro vi rimando sempre allo stesso autore ma stavolta il libro è un altro: cercare “Carlo Ginzburg, I benandanti, Torino, 1976. Magari se cercate bene lo trovate pure su internet.
3) Per quanto riguarda i mezzi di interrogatorio della Santa Inquisizione potete cercare in rete o in un museo delle torture. Quelli citati da me sono la tortura dell’acqua, il cavalletto della strega e i tratti di corda, il cavalletto era un cuneo con un bordo tagliente a cavallo del quale veniva posta la persona da torturare a gambe divaricate e con dei pesi attaccati alle caviglie.
Poiché nessuno di questi metodi è divertente da descrivere vi allego il link, leggete e ricordate che questo è stato.
https://it-it.facebook.com/notes/max-inturri/gli-strumenti-di-tortura-usati-dalla-chiesa-durante-l-inquisizione/10150668053651845

4) La deformità che ho descritto nello sfortunato neonato esiste veramente, è una malfornazione genetica di origine varia che colpisce il feto intorno alla sesta settimana e che impedisce la formazione completa dell’occhio, il suo nome è coloboma, spesso, come conseguenza di un coloboma dell’iride, la pupilla assume un aspetto a serratura o a pera, definite cat’s eyes, occhi di gatto in inglese per via della somiglianza agli occhi dei felini.
Concludo dicendo che la caccia alle streghe come fenomeno massivo è dell’età moderna, e non come si è portati a credere, del Medioevo. Non significa che ogni tanto non bruciassero qualche donna anche allora, ma solo che i processi riguardavano più gli eretici che le streghe.
E visto che questo è il blog di Eretica dovreste sapere che l’origine della parola deriva da Airesis che significa “scelta”. Scelta di non seguire l’ortodossia.
Potrei continuare con l’ordine dei domenicani e la nascita della Santa Inquisizione ma mi pare che abbiate approfittato pure troppo della mia pazienza. Vi lascio l’ultima nota bibliografica.
Havas Carlo, Storia dell’inquisizione, 2010, Odoya
Ciao

[1] Nome ufficiale della “segale cornuta” ovvero il fungo della famiglia degli ascomiceti che attacca questo cereale, contiene alcaloidi con effetti allucinogeni denominati ergotine, da uno di essi l’ergonovina si è ricavato nel 1943 l’LSD. Le ergotine hanno anche diverse proprietà curative e tuttora costituiscono il principio attivo di diversi farmaci in commercio.
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