domenica 13 dicembre 2015

Dominio sottomissione

http://www.musil.it/articoli/Sessuologia/dominio_sottomissione/DominioSottomissione.htm

dominio sottomissione

Chi domina nei giochi di coppia?

Nella sessualità la sottomissione e il potere sono elementi che giocano nella composizione dell'erotismo, dato che offrono nella sottomissione, il cedere al partner dimostrando così la forza delle emozioni e del rapporto, e nel dominio, invece, la possibilità di aumentare l'autostima con la sensazione di potenza.



La dimensione della sottomissione/dominio:

1) rinforza il potere dell'altro/a;

2) lo rassicura sull'appartenenza;

3) può determinare un antidoto alla gelosia;

4) costituisce un rinforzo narcisistico;

5) permette la misurazione della propria competenza sessuale dato che l'altra/o non riesce a sottrarsi.Il partner dominato Il partner dominato cerca di esprimere questo bisogno di appartenere completamente, accetta tutte le regole, nello stato d'animo di "avere perso la testa", che libera l'espressione nel corpo e consegna la mente. Il dominio è invece più mentale che corporeo, si esprime nel restare vigili e nel mantenere il controllo, esalta perché permette di ottenere dall'altra persona i gesti voluti anche in modo dispotico, accendendo eros.


Nella consultazione clinica possiamo verificare che l'atteggiamento passivo della sottomissione, esclusa la perversione del masochismo dove prevalgono i maschi, è più femminile che maschile. Per uno strano incrocio della psiche femminile con la stratificazione delle culture che impongono la sottomissione all'uomo, la donna può, a livello inconscio, desiderare di essere guidata nella scoperta di eros attraverso una competenza maschile a farla scendere nelle sensazioni del corpo,lasciando i pensieri di controllo che sono correlati a una educazione repressiva.


La sottomissione risponde ad un allevamento segreto delle bambine prima e delle donne poi a giocare il ruolo che il maschile ha pensato e scritto rendendo culturale quello che nel mondo animale è espresso dalla monta e da un arrendersi della femmina guidata dall'istinto della riproduzione.Si può svincolare l'erotismo da questo binomio rinforzando nel processo educativo del maschio l'accesso ad una sessualità incentrata sul gusto di muoversi intorno a una donna avendo voglia del suo odore, del suo sapore, di sentirsi dentro di lei, di vivere la penetrazione, dialogando con il piacere della partner. Questa al maschile è la sessualità che può esprimersi nella dimensione complessa in cui piacere, altruismo e potenza si mescolano.



Nel cambiamento al femminile, la donna conserva il piacere di vivere il suo corpo toccato come risorsa e nello stesso tempo può ricercare la penetrazione indossando la vagina come dominio, accogliendo il pene e provando potenza nel piacere che regala e che riceve. Momenti dell'eros Una nuova costruzione educativa si gioca con la parola condividere e riconoscersi. Ma dominio e sottomissione restano momenti dell'eros, a volte vissuti a livello delle fantasie.


Fantasia al maschile di lasciarsi trattare senza opporre resistenza e al femminile di essere costrette a fare gesti che sono impediti nella fase cosciente, liberando il corpo e la sessualità dai vincoli di un'educazione densa di tabù. Nelle fantasie ad occhi aperti sognare il dominio e la sottomissione sono modi di sperimentare altre dimensioni della sessualità, sono modelli simbolici che permettono l'accesso ad altri aspetti del piacere anche nelle sue forme arcaiche.Nella realtà è bene avere la piccola prudenza di non irrigidire i copioni o renderli esclusivi, perché è bene che restino nel gioco sessuale della reciprocità e della condivisione.


La stanza della sessualità è un luogo dove si entra dopo un riconoscimento, cercando di avere consapevolezza del proprio essere nel mondo, delle cose che ci possiamo permettere e che rendono salva la nostra stima e la nostra capacità di tornare al presente. A volte un eccesso di controllo e una educazione fortemente repressiva possono essere motori di forme esasperate di dominio/sottomissione
.di Roberta Giommi- www.repubblica.it



martedì 3 novembre 2015

Lo spazio-tempo della catarsi – Intervista a Maria Jiku

http://www.ctrlmagazine.it/maria-jiku-interview-intervista/


La struttura delle carceri di S.Agata prese forma nel 1798 ad opera dell’architetto Leonard Pollack, subentrando al più antico monastero costruito accanto all’omonima chiesa. Furono chiuse tra il 1974 e il 1978, dopo quasi due secoli di degrado e sofferenza. Ad oggi, sono abbandonate da oltre trent’anni.

Grazie al progetto “Ora d’Aria” è stato scelto come location per l’evento di INVISIBLE°SHOW, che lo scorso 17 luglio ha avuto come ospite la performer e artista multimediale Maria Jiku, attiva anche nel circuito del BDSM come dominatrice. Il suo show, basato sull’improvvisazione, combina voce, grida e frustate su base elettronica.

È stato strano vedere il carcere in anteprima, alla luce del giorno e col sottofondo degli operai al lavoro. Attualmente, tutto il complesso somiglia ad un gigante di pietra e cemento in decomposizione, l’intonaco che si sgretola dai muri li fa sembrare di carta. Una parete, per via dell’umidità, è diventata quasi del tutto verde: si intona bene col rossiccio della ruggine che impregna ogni centimetro di ferro disponibile. Che è tanto, tante quante sono le ombre delle sbarre e delle inferriate proiettate sul pavimento dal sole. Son le tre di pomeriggio di una giornata torrida.

Jiku è vestita interamente con vestiti di pelle e neri, che si impolvereranno non appena saremo all’interno delle celle per l’intervista. I capelli son lunghissimi, corvini anche quelli, e con questo caldo non glieli invidio per nulla. Dentro almeno, nelle celle oramai aperte, si sta meglio. Prima che il microfono inizi a registrare si veste con il costume che userà durante la performance, un leggerissimo mantello di un rosso vivace.


Parlando di dolore e piacere, quanto influenzano la tua arte?

Sono stata molto influenzata dal dolore durante la mia vita, ne ho provato tanto. Normalmente, le persone non vogliono provare dolore, ma io sono interessata al lato profondo e oscuro dell’umanità. Di solito la gente non vuole vederlo, vuole essere felice, ma a me interessa osservare questo aspetto. Mi concentro in particolare sul dolore e sul piacere, ma anche sul controllo mentale.

Nella tua arte, come si manifesta il rapporto catartico tra piacere e dolore?

In Giappone lavoro dal 2009 come dominatrice nel circuito BDSM [Bondage and Discipline (BD), Dominance and Submission (DS), Sadism and Masochism (SM), n.d.r.]. Dolore e piacere sono sempre presenti negli spettacoli sadomaso: li percepisco in ogni show, mentre combino la sonorizzazione con la performance. Voglio fonderli nella mia arte, uniti al controllo mentale, anche per via della mia professione.

Storicamente, la cultura occidentale ha sempre codificato il dolore in pubblico, al contrario di quella giapponese, che tende a negare l’espressione esteriore delle emozioni, soprattutto il dolore personale, che deve essere celato con compostezza. Come si relaziona questo tema con la tua musica, un noise basato sull’espressione fisica/psichica/vocale del dolore?

Io sono molto curiosa: se le persone legate sono colpite dalle fruste o colpiscono qualcuno, voglio vedere l’effetto sul corpo, ma anche sulla consapevolezza mentale. Non è violenza, ma un modo di connettersi a vicenda in maniera differente. Si tratta di una reazione, di una sorta di comunicazione. Nella mia testa vorrei portare gli altri ad aprirsi.

La tua performance è una sorta di meditazione per te?

Sì, abbiamo bisogno di meditare. Io stessa ne ho una necessità profonda e fare arte è una forma di meditazione, un mio tentativo di pulizia interiore.

Cosa ti aspetti dal pubblico?

Dipende molto: a volte dicono “che orrore”, altre sono meravigliati. Ricevo sempre qualcosa dal pubblico, capita anche che qualcuno gridi: “I want to scream!”. [ride] L’energia cambia molto, se io sono positiva: dà un feedback sempre diverso. Vorrei mantenere un’energia positiva, ma non sempre riesco… Non sono perfetta. Dipende sia dal pubblico, sia da come mi sento io in quel particolare giorno: se il pubblico vuole che lo faccia, lo faccio, altrimenti no, non voglio fare del male. Come un gioco. Per il piacere, ma anche per il controllo mentale.

È importante quindi la relazione tra pubblico, performer e spazio della performance?

Sì. Con le persone sono molto timida e contorta, non riesco a connettermi con un semplice “ciao sono Maria, piacere di conoscerti!”, mi sembra superficiale. Cerco quindi di entrare in sintonia ad un livello più profondo, in una relazione più mentale. Mi sento (ri)connessa, come dopo ogni performance.

Noti differenze nella reazione del pubblico a seconda della nazione in cui ti trovi rispetto ad un’altra?

È un punto molto interessante per me, perché viaggiando tanto lo noto. In Italia il pubblico è molto aperto. Alla fine dello spettacolo chiedo sempre se qualcuno vuole provare le fruste. “Overdo it!” [“Esagera!”], dicono alcuni. In Svizzera assolutamente no, sono molto più moderati. [ride]

Come sei arrivata a formulare questo tipo di rappresentazione per esprimere ciò che intendi comunicare?

Il mio maggior guadagno viene da questo: frustare le persone mi salva la vita [ride]. Questo tipo di attività mi permette di vivere, ma allo stesso tempo ricevo molto di più. Ho scelto di lavorare nel BDSM, ma in Giappone non ho avuto molte opportunità a riguardo, quindi son venuta in Europa, per continuare la mia vita. Una volta un uomo era così stressato e durante la seduta ha provato talmente tanto dolore che si è sentito meglio, appena conclusa. Succede sempre. È una terapia bizzarra, parlo molto. Alla fine il mio lavoro è anche una sorta di terapia. Arte e terapia.

Qualche volta hai avuto problemi durante il tuo lavoro?

Mai. Una mia amica, che pure lavora come dominatrice, ne ha avuti parecchi. Io no, parlo molto con i clienti, se non vogliono qualcosa io non lo faccio. È questione di fiducia reciproca, perché è una promessa. Lo faccio solo se vogliono veramente.

Pratichi lo shibari? [arte giapponese che consiste nel legare le persone -generalmente con corde o funi- creando giochi geometrici che, oltre ad essere utilizzata per il rilassamento mente-corpo, è anche praticata a livello sessuale nei circuiti sadomaso, n.d.r.]

Molto, soprattutto in Giappone. Lego le persone anche durante lo show, e dopo. L’audience è composta sia da uomini che da donne, ma la maggior parte dei clienti sono uomini, perché sono loro ad avere i soldi.

C’è un fine estetico in questa pratica?

Sì, dipende come si definisce il corpo: devo lasciare dello spazio, non posso stringere troppo. Il bondage giapponese è molto pericoloso quando i clienti fanno uso di alcol, droghe, ecc… Lì ho avuto problemi, ad esempio una volta un cliente ha avuto una specie di attacco cardiaco, non riusciva a respirare.

Quanto sarà importante questo contesto delle carceri per la tua performance?

È sicuramente molto interessante, anche se non so che tipi di persone ci sono state fino a che è stato chiuso nel ’77. Non è la prima volta che mi esibisco in una prigione: è la seconda. La prima è stata l’anno scorso a Tallin, in Estonia. È stato incredibile.

Che peso ha nelle tue performance l’improvvisazione?

Improvviso con la voce su una base elettronica, spesso usando un sintetizzatore. Questa volta non l’ho portato, è troppo pesante.

Hai studiato musica?

Quando avevo tre anni ho studiato piano classico, ma non mi dava nulla, l’ho odiato… Quindi son passata al versante “elettronico”, diciamo. [ride]

Parli di spazio e tempo, qual è la connessione con la tua arte?

Mi chiamo Jiku, e il significato di “Jiku” è spazio-tempo. Vivo in essi e li controllo nella mia performance, mi ispirano molto come concetti.






lunedì 19 ottobre 2015

Parafilie fra illecito e lecito




http://www.elisavisconti.com/parafilie-tra-lecito-ed-illecito/

Avendo ben chiara la distinzione tra parafilie lecite (orientamenti sessuali con connotati fantasiosi di giochi di ruolo) e parafilie illecite ( orientamenti criminali e sociopatici a sfondo sessuale), è necessario stabilire nell’ambito del lecito ciò che un parafilista (Sub – Dominante o Switch ) possa fare.

Quando si tratta di parafilie lecite o degli orientamenti sessuali ad esse correlate, come prima cosa è necessario conoscere quali possano essere le eventuali implicazioni che queste hanno nel mondo del diritto. Prima ancora di parlare delle parafilie lecite, della loro classificazione ed orientamento, non si può prescindere dal presentare una loro breve introduzione da punto di vista giuridico.


La parafilia lecita è quell’insieme di manifestazioni della sessualità umana, orientate a provare piacere attraverso l’utilizzo di fantasie non direttamente connesse al fine riproduttivo. Solitamente tali attività sono considerate da diritto, inusuali, senza implicare che esse siano sbagliate. Ma, come già anticipato, laddove si manifestassero attraverso forme di violenza psico-fisica, sono considerate patologie e crimini.


Analizzando il fenomeno dal punto di vista legale la libertà individuale è costituzionalmente garantita ed ognuno può disporre del proprio corpo in libertà. Due concetti apparentemente molto semplici ma che sono la pietra angolare di ogni buon sistema democratico; la stessa Costituzione pone delle basi di partenza: l’art. 13 comma 1° non lascia dubbi interpretativi: »La libertà personale è inviolabile». Il Codice Civile fa sua quest’impostazione ma pone i primi imprescindibili limiti laddove tratta dei c.d. atti di disposizione del proprio corpo. L’art. 5 del Codice Civile enuncia come norma imperativa ed inderogabile che: «Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume.». Ebbene questa norma apre uno scenario del tutto nuovo. È vero che la legge ci garantisce piena libertà ma è vero che questa libertà deve necessariamente essere esercitata all’interno della legge.


Il masochista che presta il consenso ad essere leso permanentemente “commette un’ illecito”. Ma lo commette anche chi asseconda questo suo desiderio. Infatti, non c’è solo l’illecito di chi vuol disporre di un bene di cui non dispone (ed il proprio corpo è un bene indisponibile) ma c’è soprattutto l’illecito di chi viola le norme nel nome della propria perversione. Se è vero che le parafilie lecite sono orientamenti legali, possono comportare delle fattispecie di reato, laddove la soddisfazione della propria fantasia invade l’inalienabile diritto di libertà altrui.


Ma come rendere evidente una linea di condotta corretta? Creando dei codici che siano in linea con la legge. La fruizione di rapporti parafiliaci deve essere svolta in ottemperanza a ciò che la legge sancisce stabilendone limiti, le modalità e le regole alle quali i soggetti parafiliaci si potranno attenere per relazionarsi in modo consensuale e legittimo. Mentre la legge è chiamata a rispondere al suo naturale compito, ossia la tutela della persona secondo i principi di uguaglianza e libertà, sebbene in linea di principio nulla c’è da preservare nell’intimo ambito della lecita sessualità adulta e consapevole, in caso di relazioni svolte in contesti che possono essere facilmente distorti, è la stessa legge che ha il compito di predisporre idonei strumenti di tutela quando gli atti sessuali, ampiamente considerati, coinvolgano soggetti parafiliaci.


Soprattutto quando nell’ambito FEMDOM e MALEDOM, ossia nella dominazione tra un soggetto dominante ed uno sottomesso, il masochista potrebbe essere condizionato o non avere la necessaria volontà di autodeterminarsi in un rapporto è più o meno vulnerabile, influenzabile e manipolabile, specie quando vengono messi in gioco i suoi più intimi e delicati sentimenti. In tal caso, è il legislatore che attraverso la fondazione di norme o di sentenze disciplina gli atti sessuali perseguendo lo scopo di garantire un sereno, sano e graduale sviluppo sessuale. Poiché per legge chi abusa dei diritti inalienabili di una persona (libertà alla vita, all’autodeterminazione, alla protezione dei propri dati personali, alla libertà individuale) e dei diritti umani della stessa (diritto alla sicurezza, alla protezione, all’integrazione, all’assistenza, al rispetto, all’integrità fisica ed emotiva etc.) anche se sono ottemperati attraverso l’esecuzione di discipline consensuali, il soggetto attivo è giudicato per il bene che lede, indipendentemente che questo sia o no collegato ad un ambito parafiliaco. Per legge le parafilie svolte contro i diritti umani non costituiscono un’attenuante. Anzi tali reati potrebbero costituire un’aggravante. Che purtroppo non è punita severamente come dovrebbe.

domenica 4 ottobre 2015

Il bisogno di appartenenza


BISOGNO DI APPARTENENZA
Andrea Canevaro

1. Di cosa parliamo

Da un po’ di tempo abbiamo la sensazione che uno dei bisogni più presenti nella nostra
situazione sia il bisogno di appartenenza. E’ difficile che venga espresso con questo termine e, tra i
tanti bisogni che hanno un nome chiaro anche a colui o colei che li vive, questo sembra essere un
bisogno che prende diversi nomi e ha quindi delle difficoltà ad essere percepito nella sua
dimensione più vasta e reale. Il bisogno di appartenenza può esprimersi con il desiderio di avere
sicurezza, di appartenere quindi ad una cittadinanza che viene rispettata nei suoi più elementari
diritti, quelli che dovrebbero permettere di vivere lavorando, avendo del tempo libero,
incontrandosi, divertendosi e percorrendo liberamente le strade, le piazze, entrando nei negozi,
uscendo, passeggiando: vivendo, in una parola.
A volte il bisogno di sicurezza viene espresso con il tentativo di individuare coloro che
mettono in pericolo la sicurezza e che vengono visti soprattutto come gli estranei minacciosi. E
allora si percepiscono come pericolosi coloro che non parlano il nostro stesso idioma, oppure lo
parlano con un accento diverso, che non hanno le nostre stesse abitudini culturali, religiose,
alimentari, che vivono con ritmi e modi diversi dai nostri. Il bisogno di appartenenza mobilita delle
individuazioni di possibili nemici. Vengono anche rappresentati sulla base di eccezioni invece
trasformate in regola; è un meccanismo ben noto ma non per questo non avvertito come falso, anzi
ancora ritenuto vero. Se uno scippatore è di un’altra cultura trasforma tutti coloro che sono di quella
cultura in scippatori, possibili e anzi molto probabili; quindi individui pericolosi.
L’appartenenza può provocare anche dei fenomeni di campanilismo o di integrismo
localistico, che hanno in molte parti del mondo espressioni diverse ma sempre molto violente. E
quando la violenza è in cammino è difficile prevenire ed è difficile preventivare dove e quando
possa fermarsi. Prende slancio e rischia di andare oltre le intenzioni degli stessi che l’hanno
alimentata o desiderata. Può prendere avvio con l’idea di difesa - difendere il proprio paese, inteso
anche come villaggio, la propria casa, il proprio cortile – , ma si trasforma molto rapidamente,
invece, in attacco violento, in escursioni militari punitive o addirittura peggio.
Molte parti del mondo sono caratterizzate da questo fenomeno e a volte alimentano lo
stereotipo. Facciamo un esempio: che l’Algeria viva un momento di grande difficoltà – momento
che purtroppo dura da anni –, che questa difficoltà si trasformi anche in morti, a volte in carneficine,
in massacri di interi villaggi, deriva anche o fondamentalmente dal bisogno di appartenenza
stravolto in un senso di aggressione nei confronti di tutti coloro che in qualche modo minacciano


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l’integrità

- la presunta integrità – di una popolazione, di una cultura. E ha due derivate, tra le tante:
una di carattere economico, perché si organizza e si stabilizza una economia basata proprio sul
fenomeno della violenza perpetuato, ricorrente; e l’altra è una deriva che va lontano e che permette
a coloro che sono localizzati in altra parte del mondo di rendere prigioniero di uno stereotipo il
mondo arabo trasformando, violentemente, quella che è una situazione specifica in una caratteristica
generale, meta-storica, quindi, che possa presentarsi come elemento biologico presente nel DNA
della cultura araba, non facendo delle grandi differenze tra quello che può essere un periodo di una
situazione algerina - a sua volta con differenti situazioni a seconda che si tratti delle città e di quali
città e della campagna, della montagna, delle cultura berbera ecc. con tante determinazioni diverse
all’interno della stessa cultura algerina -; non si tratta più di fare nessuna distinzione, perché tutto
viene messo – come si dice per situazioni e per cose più leggere - in un unico sacco e diventa “il”
mondo arabo, gli arabi: gli arabi sono ….
Questo è il pericolo: un modo di vivere l’appartenenza con una chiusura dentro stereotipie
attribuite agli altri e riflesse su se stessi. E’ evidente che entra in questa logica anche l’espressione
“razza padana” e il leghismo, e le sue complicità più o meno diffuse, è certamente una delle
possibili derivazioni del modo di rispondere al bisogno di appartenenza. Un modo che stravolge le
realtà e determina delle dinamiche difficilmente controllabili di violenza.
Vediamo quindi che vi sono molte forme di risposta a bisogni che sembrano diversi tra loro
e che hanno una possibile lettura nell’unico bisogno, unitario, di appartenenza. Ma molte volte
abbiamo presenti piùi modi a cui non diamo il nostro consenso, che non apprezziamo o che
riteniamo nettamente sbagliati, di rispondere a dei bisogni che non le forme giuste di risposta a un
bisogno così importante.
In particolare il bisogno di appartenenza che cos’è? Vi è uno studioso che ha rappresentato
le necessità, i bisogni del percorso di vita, con uno schema che ha voluto organizzare in una forma
piramidale. Questo studioso, Maslow, ha posto alla base della piramide – quindi deve essere
ovviamente più larga se deve sorreggere la spinta in altezza – i bisogni primari che considera quelli
legati alla respirazione, all’alimentazione, alla temperatura corporea, alla possibilità di cure
igieniche che si fondano sull’evacuazione, la digestione; i bisogni di riposo e di veglia, di attività
(l’essere attivo risponde a un bisogno). I bisogni primari, poi, sorreggono, in fasce superiori, altri
bisogni, e ad un certo punto – quasi nella fase mediana della costruzione della piramide – vi è il
bisogno di appartenenza. L’interpretazione della piramide di Maslow porta a capire che non vi sono
degli strati alti che possono far dimenticare gli strati bassi della piramide.
La rappresentazione grafica risponde a una necessità di schematizzare un processo unitario,
in immediato rapporto con la realtà circostante. L’individuo è collegato – e vorremmo dire anche


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“legato”

alla realtà che è prima di lui, in cui entra venendo al mondo. Per esempio il linguaggio è
fornito a un individuo che vi entra; e quando si dice “lingua materna” si fa riferimento a una figura
che riteniamo essere in generale la figura (materna) che per prima ha una funzione di parlante
curando un neonato, incapace di distinguere suoni e di dare senso, ma che entra piano piano nella
lingua presente già prima della sua nascita. In questa lingua trova, quindi, delle regole, delle
convenzioni e deve accettarle e nello stesso tempo avere una libertà di espressione per dare a sua
volta una originalità alla stessa lingua che adotta e da cui è adottato. Il processo, quindi, è di doppia
adozione. E già questa è appartenenza.
Il bisogno di appartenenza si innesca molto precocemente, dai primi momenti in cui un
essere vivente è al mondo e ha una distacco dalla sua madre, un rapporto che è di appartenenza: al
mondo, per esempio, però anche al piccolo contesto in cui interagisce. E questa appartenenza
prende sempre più senso, anche come struttura simbolica. Il modo di appartenere è anche il modo di
rispondere all’esigenza –tipicamente diritto e dovere insieme - di essere parte, di non considerare se
stessi come un tutto ma una parte. Questo significa anche trovare delle forme di equilibrio nella
partecipazione alla vita del mondo.
Il mondo è molto ampio se si parte dal singolo individuo. Non è poi così ampio se si
rappresenta la vita dell’individuo come una struttura simbolica che lo può anche abbracciare tutto,
non solo, ma che ha influenze su punti anche molto lontani nel tempo e nello spazio.
Appartenenza è quindi una necessità: essere innescati in un processo storico ma anche in una
appartenenza territoriale e conoscere la propria collocazione ed i propri strumenti adottandone
alcuni a imitazione di quelli che si vedono in funzione negli individui che sono nati prima e che
sono già appartenenti; e altri che invece vengono individuati anche creativamente dal singolo
individuo, originalmente ricostruiti da ciascun individuo. L’appartenenza è anche questo
collegamento continuo con le quotidianità degli altri e del soggetto. Diventa importante - ma a volte
senza che diventi discorso ragionato – il ritmo della vita quotidiana e la possibilità di trovare in esso
la propria collocazione. La nostra appartenenza è anche quotidianità.
Che cosa sia appartenenza è dunque legato a qualcosa che sta dentro e sotto e attorno a noi
in maniera talmente pregnante da risultare a volte difficile da vedere, perché siamo nel quadro.
L’appartenenza è una prassi. Noi abbiamo altre volte riflettuto sul fatto che vi può essere un
imbroglio nella risposta al bisogno di appartenenza. L’imbroglio può essere nel rispondere non nella
prassi dell’attualità, aperta a un divenire e a un progetto; ma con una promessa di appartenere in
futuro a qualcosa che abbiamo chiamato il “club dell’élite”, ossia una possibilità di assumere dei
poteri, delle potenze, tali da diventare parte di quel gruppo di persone che sono potenti, con una
posizione forte.


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Il “club dell’élite”
è selettivo per cui abbiamo anche ragionato sulla necessità che vi siano
dei meccanismi di ricambio rispetto alla possibilità o meno di sentire questa promessa come
realizzabile dal singolo soggetto: se un singolo soggetto non sente più che quella promessa è per lui
o per lei bisogna che vi sia una pista alternativa che mantenga però la stessa logica, ossia soprattutto
prometta, con una dimensione quasi magica. E che cosa può essere questa? Noi l’abbiamo
individuata nella promessa di vincere puntando su qualcosa di casuale, sulla fortuna, sull’azzardo,
su una combinazione di eventi che premino l’azzardo stesso. Questa è una promessa che non ha
bisogno di avere strategie organizzative delle proprie capacità, delle proprie competenze, ma ha
solo di rinnovare il più possibile le occasioni per puntare, per rischiare. La promessa potrà diventare
sempre più seducente se tutto può diventare gioco: tutto può diventare una sorta di roulette su cui
puntare per poter vincere. Se non si vince oggi si vincerà domani o anche fra cinque minuti se il
soggetto ha la possibilità di rinnovare immediatamente la possibilità di giocare.
Si gioca la vita, e lo si può fare correndo in automobile o in motocicletta, esaltando una
platea, esibendosi, apparendo, riuscendo a colpire con la propria immagine chi decide di fare una
trasmissione televisiva. Si può puntare sull’abito, sull’aspetto, sulla velocità, sulla performance: vari
modi di giocare d’azzardo con la vita. “Club dell’élite” e gioco della fortuna: da una parte una
conquista di strumenti per diventare potenti, dall’altra una sorte che può regalare la potenza, basta
provocarla il più possibile. Non è quindi la prassi dell’appartenenza ma – ed è questo che
chiamiamo imbroglio – la sua promessa, e in questa viene trascurato tutto ciò che è quotidianità. O
meglio: la quotidianità viene esplorata unicamente per scovare in qualche angolino nuove
possibilità di gioco o nuove possibilità di conquista di strumenti di potere. Questa è un’altra
modalità di vivere l’appartenenza: come un imbroglio.
Se noi guardiamo su un vocabolario, il termine “appartenenza” rinvia ad “appartenere” che
viene spiegato come essere proprietà di qualcuno. Questa lettura dell’appartenenza è presente anche
nel termine che stiamo usando noi in rapporto al bisogno di essere parte, di far parte, di essere
insieme. Nel modo di rispondere a questo bisogno vi sono le insidie dell’essere o nel diventare
proprietà di qualcuno e quindi nella possibilità di sottomissione compiaciuta – scambiare
appartenenza per sottomissione può essere un equivoco ricorrente – o di ribellione covata o
esplosiva. E vi è la possibilità che vi siano delle ricerche di risposta al bisogno di appartenenza che
soprattutto siano intrichi di sottomissioni e ribellioni a un tipo di appartenenza per cercarne altre.
Vi è poi la situazione che non è solo paradossale, ma anche a volte propositiva, di trovare
una risposta al bisogno di appartenenza riunendosi con altre persone che si ribellano all’offerta di
appartenenza che viene fatta. Questa è una condizione che ci porta a ragionare su molti elementi che
sono presenti attorno a noi; la risposta al bisogno di appartenenza che viene interpretata come:


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“sono proprietà di qualcuno”,

può portare alla ricerca del proprietario ideale a cui sottomettersi; E’
ricorrente, per la situazione del nostro paese e non solo, l’invocazione o il timore, a seconda dei
punti di vista, dell’uomo forte, dell’uomo che abbia particolare carisma, che rappresenti la
sicurezza, quella sicurezza con cui avevamo iniziato questa riflessione.
Questo è cercare di incanalare il bisogno di appartenenza nella ricerca del buon proprietario
e nell’essere disponibili a diventare proprietà assoggettata, a patto che il padrone sia il buon
padrone.
Altri ritengono che non è tanto una questione di buono o cattivo padrone ma è proprio una
questione di rifiutare il padrone per rifiutare di diventare oggetto di proprietà di qualcuno. E se
l’appartenenza viene tout court interpretata come essere proprietà di qualcuno vi è il rifiuto
dell’appartenenza, che porta al paradosso di viverla come eterna ribellione. Che poi questa a volte
venga in maniera subdola strumentalizzata per sottomettere coloro che non si vogliono sottomettere
credo che sia un ulteriore paradosso abbastanza sotto gli occhi di tutti (se vogliamo vedere).
Per esempio, la ribellione che porta delle persone giovani e meno giovani a utilizzare il tifo
sportivo, in particolare per certe zone del mondo il tifo calcistico, come rivolta a una sottomissione
di vita dominata da certi crismi di vita ordinata e “per bene”, con certe caratteristiche, certi rituali. Il
tifo calcistico può rompere tutto questo e mettere in mostra, con molta visibilità, un gruppo – e i
singoli sentono nel gruppo la risposta al bisogno di appartenenza – che sembra avere tutte le
caratteristiche della ribellione e della contrapposizione alla sottomissione a un padrone. Dovrebbe
essere fin troppo facile rendere evidente che è proprio il padrone – figura retorica e non troppo –
che ha in questo modo la possibilità di mettere il marchio di proprietà anche sul gruppo e soprattutto
sul gruppo che prende questo indirizzo di ribellione. In questa maniera non è solo un’appartenenza a
rischio di essere sottomissione ma un rinforzo della logica del padrone proprietario di molte
appartenenze.
Questa situazione può ripetersi in forme varie e vi possono essere situazioni in cui il gruppo
nasce in una forma di ribellione calcistico-sportiva per poi essere utilizzato per rivendicazioni di
appartenenza. E’ un esplicito riferimento alla situazione della ex Jugoslavia: la forza dei gruppi di
sostegno dei club delle squadre di calcio divenne forza di manovra nella guerra che sconvolse la
Repubblica federale jugoslava, quella che adesso chiamiamo la ex Jugoslavia. E’ la possibilità che il
bisogno di appartenenza trovi delle risposte nelle ribellioni che vengono in qualche modo – anche
abbastanza grossolanamente – riprese e organizzate perché diventino funzionali a una più completa
proprietà. E’ un pericolo presente nel nostro tempo e ha molte, veramente molte forme di
realizzazione, da permettere un numero alto di esemplificazioni, nel micro e nel macrocosmo.



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Vi è quindi, nel termine “appartenenza”,
e nella risposta che si trova al bisogno di
appartenenza, una certa equivoca possibilità di scivolare verso l’appartenere come essere proprietà
di qualcuno. E’ una conseguenza o è una causa? Non sappiamo bene. Ciascuno di noi può avere il
dubbio se siano elementi esterni ed estranei alla questione appartenenza, o congruenti e quindi
consustanziali al fenomeno. Se arrivassimo alla seconda conclusione, ciascuno riterrebbe di dover
cercare di diventare proprietario del gruppo, per rispondere al bisogno di appartenenza. Questa
situazione ha creato e crea una continua divisione delle formazioni di appartenenza di tipo culturale
e politico, con la possibilità che vi siano continue frantumazioni perché la ricerca del padrone che
garantisca l’appartenenza come proprietà ha la possibilità che ciascuno aspiri a diventare padrone.
E’ l’individualismo di massa: la risposta al bisogno di appartenenza non viene percepita tanto nella
formula che abbiamo usato finora: “Il soggetto è parte di…” ma in questa: “Io, soggetto, sono
padrone di…” e il bisogno di appartenenza individualistico diventa una gestione padronale dello
stesso.
Di qui la possibilità che nascano molti “capetti”, piccoli leader, con molti tentativi di dare al
bisogno di appartenenza la risposta della proprietà, cercando ciascuno di collocarsi come soggetto
nel ruolo di padrone. Di qui una doppia possibilità: il collegamento alla proprietà in quanto soggetto
che diviene oggetto della proprietà; e il collegamento alla proprietà in quanto soggetto che diventa
soggetto padrone della proprietà. Questo è un punto che non viene molto chiaramente distinto: sono
intrecci pericolosi che a volte si mantengono reciprocamente, perché l’identificazione nella
proprietà diventa anche il modo di rispondere al bisogno di appartenenza. Vi è la possibilità che la
violenza in un gruppo sia alimentata dall’identificazione nel ruolo di leader, tale perché dimostra la
sua forza con maggiore avidità e violenza, con maggiore capacità di espressione padronale, con
l’aggressività di chi può prendersi qualsiasi licenza. E il meccanismo di identificazione fa sì che il
rapporto fra oggetto della proprietà e soggetto proprietario sia continuamente confusa, nella nebbia,
permettendo lo stabilirsi più ampio di oggetti di proprietà e quindi una risposta apparentemente più
solida (perché appare conforme) al bisogno di appartenenza in termini totalmente equivoci.
Se questa situazione sembra complessa da spiegare nella sua costruzione di senso
aprioristico, forse una maggiore chiarezza viene dall’occuparci di chi ha bisogno di appartenenza.


https://unfioreincatenato.files.wordpress.com/2013/11/stefaniasantarcangelo-hangingontoreality.jpg?w=474&h=456

giovedì 3 settembre 2015

Mi abituerò alle domande senza risposte...mi abituerò...

Un alito di vento.

Un soffio freddo sulla pelle.

Poi il caldo che ti attanaglia.

Sudori freddi sulla pelle.

Rivoli di sudore che ti colano addosso.

Ansia, paura, tremori.

Sei immobile, bloccata.

Non sei capace di muoverti anche se ti sarebbe possibile.

Ti manca l'aria.

Vai nel panico.

Cerchi di dare un ritmo al tuo respiro.

Vorresti buttarti nel ghiaccio del tuo pozzo immenso..invece stai lì inebetita.

Ebete d'inerzia.

Ebete di titubanza.

Ebete di stupore.

Ebete di ...Pubblicato da Lara Bianchi in data 31/8/2015 copyright tutti i diritti riservati


Trovare una motivazione anche alla sofferenza.

Ti ritrovi in un momento di afasia totale.

Vorresti scrivere ma non sai dare una forma al tuo pensiero.

E stai lì imbambolata a guardare una foto.

Stai lì a fissare il monitor cercando l'ispirazione.

Vorresti esprimere i tuoi pensieri ma non sai neanche tu da che parte incominciare.

Clicchi di qua e di là nella speranza che la tua mente trovi la sua strada. Pubblicato da Lara Bianchi in data 31/8/2015 copyright tutti i diritti riservati



Mi abituerò alle domande senza risposte.

Mi abituerò al silenzio che mi circonda.

Mi abituerò a quello che è stato e in cui credevo.

Mi abituerò alla mia anima bruciata e ridotta in cenere.

Mi abituerò ai giorni di sole ma pieni di foschia per i miei occhi. Mi abituerò al vuoto che mi circonda.....mi abituerò per credere ancora! Pubblicata il 19/8/2015 da Lara Bianchi copyright tutti i diritti riservati


sabato 25 luglio 2015

Le interviste a uno schiavo e a una schiava al Genova Munch: per punire occorre sapere

Intervista a uno schiavo

1. Presentati
Mi chiamo P. Ho sempre avuto la curiosità di sperimentare ogni nuova pratica o strumento BDSM di cui venivo a conoscenza fino a ritrovarmi anche dall’altra parte della frusta alle prese con schiave da sole o in coppia. Ora sono prevalentemente sub.

2. Come ti sei accorto di essere sub?

Una lettura da adolescente nella quale si narrava di una splendida donna, che frustava per il suo solo piacere un giovanetto legato ad una croce di sant’andrea completamente nudo. Questo è stato il seme, più tardi dovendomi spostare a Milano per l’università mi si è aperto un mondo pieno di nuove esperienze e possibilità di imparare i piaceri della sottomissione da mistress e coppie alle volte improvvisate, a volte pazienti e capaci di addestrarmi gradatamente a questo ruolo.

3. I tuoi amici e colleghi sanno di te?

Per particolari motivi di lavoro e famigliari devo tenere ben separato questo mio aspetto, ma ho molti amici con cui condivido questa passione.

4. quali sono le tue pratiche preferite?


Principalmente quelle fisiche (fruste, canning, pinze e pesi ai capezzoli, dilatazioni e fisting, bondage ai genitali, adoro l’outdoor e l’esibizione ove possibile.

5. quali i limiti?

Più che di limiti parlerei di cose che non accetto tipo i giochi “sporchi” (scat, leccare suole, piedi, pavimenti, sputi ecc) per il resto come già detto mi piace provare e vedere oltre che confine riesco a spingermi. Nel tempo ho superato diversi tabù tipo pissing, aghi, fisting, schiaffi, rapporti bisex con coppie dominanti.

6. E come ti rapporti con l’umiliazione?


Se per umiliazione si intende degradazione, insulti, essere messo in ridicolo, non fa per me. Se invece si tratta di esibizione, collare di cuoio, magari tirato al guinzaglio legato ai testicoli in pubblico in modo discreto, l’ho fatto ed è stato molto stimolante.

7. A livello psicologico come hai accettato questa tua consapevolezza?

Divenuta consapevolezza ho avuto pochi problemi, l’ho accettato come parte fondamentale della mia vita

8.Quante Mistress hai avuto ?

Ho avuto innumerevoli mistress, ma per contare le Mistress che mi hanno avuto sono più che sufficienti le dita di una sola mano.

9. Sei feticista?

No, nel senso che non mi da alcuna sensazione leccare piedi, scarpe, ma l’odore del cuoio mi inebria e non sono indifferente ad un bel corpetto ad una lingerie o un harness in tema.

10. qual è il tuo rapporto con il dolore? Dove finisce il dolore e dove inizia il piacere?

Il dolore è dolore. Per me non finisce e inizia il piacere, viaggiano di pari passo a condizione che si sia con la Persona giusta, nella situazione di perfetta tranquillità e sicurezza, che venga graduato con crescente intensità e al di fuori del mio controllo. Una Mistress con la quale ho fatto un lungo percorso comune, aveva sempre ambito a frustarmi fino a farmi piangere, quando accettai, legato nudo a croce sul letto ho ricevuto oltre trecento colpi di bullwhip su schiena e natiche sublimando il dolore fisico in piacere psicologico.

11. Preferisci la fisicità o la parte psicologica nel bdsm?

Come già detto la fisicità, ma nei giochi all’aperto conta moltissimo anche la parte psicologica

12. Il sesso per te deve essere presente in una relazione bdsm?

Se per sesso si intende eccitazione, si ! Se invece si intende rapporto sessuale dipende dalla sintonia e confidenza, certo poter far godere la propria Mistress è forse l’aspirazione più grande del sub.

13. cosa ne pensi del virtuale?

lo ritengo un mezzo per arrivare al reale e per tenere relazioni con persone troppo lontane, ma sicuramente è un surrogato

14. Ti piace partecipare a feste e/o eventi bdsm?

Si, fa parte della mia attitudine esibizionista

15. Che cosa è l’appartenenza?

Il massimo del rapporto; difficile da trovare la Persona completamente complementare, difficile da praticare e mantenere.



Intervista a una schiava

1.Presentati

Io sono schiava Lara. Mi trovate su facebook. Sempre su questo social network ho una pagina e due gruppi Bdsm .La finalità di questi gruppi è quella di organizzare eventi mensili con lo scopo di condividere la passione per il kinky (Bdsm, fetish...) in Liguria non escludendo la partecipazione anche di altre persone provenienti da altre regioni.

La nostra è una regione chiusa riguardo all'alternativo, e a tutto quello che in qualsiasi contesto ci si trovi ed esca dai canoni della cosiddetta 'normalità'. Riguardo alla 'normalità' bisognerebbe aprire un discorso a parte.Con cadenza mensile verrà organizzato un munch. Da qualche giorno è stato aperto un altro gruppo. Un club per far comprendere il significato di questa pratica ai neofiti e non solo dando informazione anche a coloro che invece esercitano da tempo. Una esigenza nata per raggruppare i praticanti che desiderano chiarezza, serietà e sicurezza. Un club virtuale che in futuro avrà una sede con una struttura amministrativa e organizzativa e uno statuto.
Nel mio blog scrivo racconti, emozioni, scleramenti e dò informazione.

2.Come ti sei accorta di essere schiava?

Era da anni che desideravo essere legata, che immaginavo scene di costrizione e imposizione. Non sapevo però dare un nome a tutto questo. Un giorno parlando con mia figlia che all’epoca studiava alle scuole superiori mi ha parlato dei siti porno riportando un dialogo avuto in classe. Ho così indagato senza mostrare tanto stupore e appena sono riuscita, mi sono collegata a un sito porno sul web. Ho letto bdsm su un link e ci ho cliccato sopra. Mi si è aperto un mondo. Ne ho parlato con lui e abbiamo deciso di provare. Così ho iniziato a collegarmi ai siti, frequentando chat e forum mi sono confrontata con persone che già praticavano. Non è stato facile all’inizio comprendere. L’euforia del momento era tanta, capire, comprendere, fare, sperimentare. Poi piano piano ho cominciato a destreggiarmi. Mi informavo sulle pratiche in un mondo dove non è per niente facile muoversi.

3.I tuoi amici e colleghi sanno di te?

Un’amica e una collega sanno di me ma non si sono stupite più di tanto. La collega è più curiosa e sa degli eventi. Si è informata su cosa facessi e le ho spiegato il significato del bdsm. Ha reagito comunque in maniera positiva , è una persona riservata e con la mentalità aperta con la quale parliamo di un po’ di tutto. Mi è capitato poi di incontrare due colleghi a successivi eventi ma la cosa è stata presa con molta naturalità e non nascondiamo né di essere colleghi né dove lavoriamo rispettando la rispettiva privacy.

4.Quali sono le tue pratiche preferite?

Mi piacciono le costrizioni intendendo con ciò imposizioni date con comandi verbali …mettiti in ginocchio, mani dietro alla schiena, faccia al muro ad es. per dirne una per il tempo che il Dom decide; divieti come il veto ad andare in bagno, ordini su quello che devo indossare per arrivare alle legature. Ultimamente poi abbiamo frequentato un corso base di shibari dopo aver ospitato un performer a un workshop. La cosa ci ha entusiasmato tanto che domenica andremo a frequentare il corso intermedio. Le corde mi danno un senso di sottomissione e di appartenenza totale. Ritrovarsi in balia dell’altra persona che può fare di te quello che vuole. Fiducia assoluta e totale. Mi piace essere bendata perché trovo che l’assenza totale della vista amplifichi i sensi. Non sai cosa lui stia facendo, se è li vicino a te, senti un rumore e cerchi di capire , magari lo schiocchio della frusta ad es.. Una volta lui ha fatto finta di aver invitato altre persone mentre ero legata ed è andato ad aprire la porta e sentivo parlottare. Un senso di panico mi ha assalita e non credendo che potesse fare una cosa simile. Ho incominciato ad agitarmi, a dirgli …no, non voglio…mandalo via…non mi far toccare…ero veramente convinta che li ci fosse qualcun altro. Quando mi stava per assalire il panico lui mi ha levato la benda per dimostrarmi che li c’era solo lui. Mi piacciono le situazioni e i posti particolari. Mi piace la frusta. Essere frustata dopo essere stata legata,magari appesa mi piace molto e parto nel mio mondo. Così lo spanking, la cinghia, la cera, il fisting

5.Quali i limiti?

Non mi piacciono le cose sporche, lo scatting, il sangue, poco il pissing. Sono fissata sull’igiene e tutto deve essere pulito e sterilizzato.

6.E come ti rapporti con l’umiliazione?

In linea di massima io non mi sento mai umiliata. Mi piace mostrarmi, dicono che sia esibizionista. Io dico che sono me stessa. Se io sto bene in quel momento con quella persona in quella data situazione faccio quello che mi viene richiesto.

7.A livello psicologico come hai accettato questa tua consapevolezza?

Questo mio modo di essere faceva già parte di me solo che era latente. Abituata come la maggior parte delle persone a una educazione rigida e convenzionale ho sempre seguito le regole della società. Con il trascorrere del tempo si cambia modo di vivere e di pensare. Si diventa, almeno nel mio caso, più menefreghisti di quello che pensa la gente. Ora mi sento più libera dalle imposizioni della società..devi fare così…ti devi comportare in questa maniera….sempre nel limite del lecito chiaramente. Vivo quello che sono, esprimo il mio essere e il mio sentire.

8.Quanti Dom hai avuto ?

Uno. Ci sono stati momenti di condivisione per quanto riguarda la fustigazione e la cera con altri master amici ma sempre sotto la sua diretta supervisione

8.Sei feticista?

In un certo senso si. Mi piace l’odore della pelle, del cuoio. Mi piace sentirne la morbidezza al tatto. Sono molto animalesca in questo. Adoro i corsetti e i tacchi alti. Amo molto il gothic. Trovo che tale abbigliamento abbia qualcosa di retrò, di misterioso. Mi porta ad ambienti enigmatici e particolari

9.Qual è il tuo rapporto con il dolore? Dove finisce il dolore e dove inizia il piacere?

Direi che la mia resistenza al dolore è buona. Chiaramente il dolore non deve raggiungere l’apice immediatamente ; raramente è capitato per punizione e allora non gestivo più nulla perché la mia mente si era persa. Diversamente se pian piano mi si porta a buoni livelli, riesco a gestire il dolore provando piacere e allora arriva l’estasi. Riesco a gestirlo in questo caso, annullandolo

10.Preferisci la fisicità o la parte psicologica nel bdsm?

Non scinderei le due cose; secondo me sono strettamente interconnesse. Prima c’è la parte psicologica, arrivare in un luogo, l’ordine di spogliarti, l’imbarazzo se questo capita
davanti ad altre persone, lui che ti guarda e tu che vorresti scomparire, assumere pose oscene, essere costretta per poi arrivare alla fisicità. Tutto fatto per lui, perché sai che così lui proverà piacere nel vedere come ubbidisci, arrossisci, ti muovi godendo del tuo imbarazzo. Ma infine anche tu sei contenta e provi il suo stesso piacere

11.Il sesso per te deve essere presente in una relazione bdsm?

Questo è un argomento molto dibattuto. Se mi chiedi se la finalità del bdsm è il sesso ti rispondo di no.Con questo non escludo niente ma quando conosci una persona che ti dice che per lui il bdsm è sesso mi arrabbio. Poi dipende da come uno pensa e vive il sesso. Io lo vedo come mero atto sessuale finalizzato al divertimento. Nell’ambito bdsm ci può anche essere l’atto sessuale. A volte quando raggiungo alti livelli di eccitazione sono io stessa a chiederlo e magari lui a negarlo. Ci si può soddisfare diversamente

12.Cosa ne pensi del virtuale?

Il virtuale va bene per conoscere le persone ad un primo approccio. Di certo la relazione vera con l’altro non è quella. Chiaro non puoi conoscere tutte le persone con le quali entri in contatto. Passeresti la vita a conoscere la gente, ci manca il tempo. A me piace la relazione verbale, guardare la persona, vedere la reazione, guardare negli occhi, annusare l’altro. La cam proprio non la sopporto , trovo che sia una cosa stupida, tipo ubbidire a ordini, spogliarsi o cose simili. Mi è stata chiesta

13.Ti piace partecipare a feste e/o eventi bdsm?

Certo anche se ora mi piace di più organizzarli. Ne ho frequentati anche in altre regioni e mi sono serviti ad aprirmi la mente, a confrontarmi, a scoprire questo mondo. Ho conosciuto tante persone, visto parecchie cose, alcune positive, altre negative

14.Che cosa è l’appartenenza?

Essere schiava significa appartenere. E’ un bisogno di appartenenza non a tutte le persone ma a quella persona che si prenderà cura di te, che ti guiderà prendendoti per mano in ogni momento della tua vita. E’ il Padrone non un Padrone, una guida alla quale ti fidi e affidi incondizionatamente e totalmente te stessa anima e corpo. E’ un rapporto duale, tu e lui e nessun altro , un rapporto che va oltre l’amore perché è annullamento completo.
Un modo di vivere con tutte le dinamiche che si attivano, psicologiche e fisiche, il desiderio di compiacerlo in tutte le sue richieste, accettare le sue decisioni, cessione di potere in maniera consenziente, fiducia totale per resistere alle prove alle quali lui deciderà di sottoporti

Pubblicato in data 25/7/2015 da Lara Bianchi-copyright tutti i diritti riservati







venerdì 17 luglio 2015

E le stelle stanno a guardare: .....per punire occorre sapere

Una serata veramente interessante in un posto incantevole nel silenzio della campagna circostante dalla quale a una certo ora , ci hanno cacciato via.
Una compagnia e un gruppo di persone stimolanti e partecipanti disposte al confronto che è seguito dopo la presentazione del workshop a tema ‘La dominazione nel Bdsm: per punire occorre sapere’.

Un concetto dal quale sono scaturiti diversi altri elementi, non tutti affrontati. Si è iniziato con la ‘dissonanza cognitiva’intendendo con ciò i preconcetti sociali verso la pratica Bdsm dai cosidetti ‘vanilla’, partendo dal presupposto che la causa potrebbe essere il tipo di educazione religiosa, cattolica nel nostro paese, e ne sono stati inseriti altri. Ne è scaturito un bel dibattito.
A seguire ‘ il capire’, ‘la comprensione dell’altro’ e ‘gli obiettivi’. Ringrazio Master Mauro per la sua presentazione.

Riguardo alla ‘Psichiatria’ e la ‘Sicurezza’, Lara ha esposto le sue conoscenze derivanti dai suoi studi universitari per quanto riguarda la psichiatria ; per la sicurezza, conoscenze derivanti dalla pratica della sua attività lavorativa integrando conoscenze del diritto frutto , anche in questo caso, dei suoi studi universitari.
Non si è potuto ampliare troppo l’argomento veramente molto vasto ma i concetti basilari sono stati affrontati e presentati.

Si è proseguito con le interviste che pubblicherò a parte e il dibattito è diventato ancora più interessante con spunti che hanno attivato dinamiche particolari. Ci sono stati parecchi interventi che hanno stimolato il confronto arricchito dalla presenza di Miss Sabrina Sadica con il suo schiavo, ambedue con molta esperienza al riguardo che ringrazio.

Mi piace pubblicare il testo

“HIKETEIA. E’ una antica pratica, d’origine greca, in uso presso la stirpe delle Amazzoni , attraverso la quale un supplice richiede protezione ad una persona. Il rituale è minuzioso: ci si inginocchia dinanzi al protettore prescelto, gli si abbraccia le gambe e si pronuncia la formula prescritta. Il guardiano non è tenuto ad accettare immediatamente la richiesta del supplicante; eppure, una volta che lo si è preso sotto la propria ala protettiva, si è obbligati a sostentarlo e a proteggerlo. Il supplice, dal canto suo, è tenuto all’ubbidienza e al rispetto incondizionato. Il vincolo che si instaura è sacro: non può essere rotto, pena le punizioni.”

…trovando che rappresenti egregiamente il significato della sottomissione verso il dominante.

Ringrazio tutte le persone che hanno partecipato, nessuno escluso. Non finite mai di stupirmi con la vostra presenza e partecipazione attiva rendendo ‘magico’ il momento. Veramente un workshop da ripetere per gli interessanti spunti da approfondire che ha attivato.

Pubblicato in data 17/7/2015 da Lara Bianchi-copyright tutti i diritti riservati


giovedì 16 luglio 2015

Le corde dell'anima. Un viaggio con un'unica destinazione: l'appartenenza- Genova Bdsm Munch


Venerdì 31 luglio dalle ore 20.00 alle ore 1.00

Dal 31 luglio alle 20.00 al 1 agosto alle 1.00

Ristorante pesca alla trota- Salita dei Mulini 4-Sant'Olcese-Genova

GENOVA BDSM MUNCH

Le corde dell'anima. Un viaggio con un'unica destinazione: l'appartenenza

Workshop interattivo con dimostrazione di shibari-

Rigger Master Mauro





"Nel 1950 circa i nemici di un tempo, i giapponesi e gli americani, sono impegnati in una brutta cosa che si chiama guerra, insieme questa volta (giocoforza per i giapponesi, ovviamente) contro la Corea del Nord. In questo periodo e in modo ufficiale inizia il passaggio di stili, nodi e concetti tra occidente e oriente, tra gusto giapponese e stile occidentale, tra John Willie e Takashi Tsujimura che si copiano e si ispirano uno con l’altro fino alla pubblicazione dei lavori di John Willie sul Kitan Club. Colpo di scena!! Sì è così: il magazine sacro del legare giapponese ospita i lavori di un “occidentale” ben poco “giappo” come John Willie e la sua Gwendoline, fin dal 1952.

Ktan Club - 1954
Takate Kote Gote - Kitan Club 1954

Eppure, nonostante questo travaso continuo tra oriente e occidente abbia iniziato a realizzarsi già prima del 1952, nonostante ci siano immagini che provano e comprovano cosa i giapponesi hanno copiato dagli occidentali e cosa gli occidentali hanno copiato dai giapponesi, ancora oggi la mania (a dire il vero tutta occidentale) di distinguere e sottolineare differenze e origini, forse giusto per darsi un tono esotico di orientale saggezza, ha creato una distinzione un po’ artificiosa e forzata tra “legare all’occidentale” - western bondage – e “legare alla giapponese” – shibari/kinbaku.

Ma cosa si fa a una persona dopo averla legata? . La spiegazione del “cosa ci fai con una donna dopo averla legata” qui da noi – anche quando si riesce a cancellare la separazione pretestuosa tra occidente ed oriente – è ancora complicata dal fatto che tutto deve essere o nero o bianco e se una cosa è nero e bianco insieme non va bene perché poi ci mancano gli argomenti per litigare. In virtù e in grazia del fatto che a noi piace tanto litigare, soprattutto in Italia, ci si ritrova alla fine a contare almeno tre diverse “filosofie” connesse all’arte del legare, che la vogliate chiamare bondage occidentale o kinbaku/shibari o con altro nome di vostra fantasia.Blue Deep-Boudoir di Gabbia"

Vi aspettiamo per scoprirlo insieme al

Ristorante pesca alla trota- Salita dei Mulini 4-Sant’Olcese- Genova
http://www.ristorantepescaallatrota.it/dove-siamo

Uscita Genova-Bolzaneto autostrada A7 Genova/Milano- Si gira a destra(non fare il ponte che si trova a sinistra). Si seguono le indicazioni per Manesseno (non fare il ponte che si trova a sinistra). Si attraversa tutto il paese . Dopo un capannone si gira da un piccolo ponte a destra, via Isola e si inizia a salire. Via Bachelet nella curva a destra si trova il ristorante con posteggio.




CENA

LOCALE: Ristorante pesca alla trota

INDIRIZZO: Salita dei Mulini 4-Sant’Olcese Genova- Uscita casello autostradale A 7 Ge/Bolzaneto-

https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/hphotos-xtp1/v/t1.0-9/11206974_400527356815116_279784134570065320_n.jpg?oh=7f88c8e49ebabf9db09b1b514934e957&oe=565019FE


COSTO: 22 euro per la cena-

-Antipasti: salumi assortiti, focaccine alle erbette, insalata russa
-Ravioli di carne al ragù
-Trofiette al pesto
-dolce
-caffè
-acqua gasata e liscia
-vino



PRENOTAZIONE

Per prenotare non basta cliccare su PARTECIPERO’ : inviate una mail a
bdsmcreuzadumale@libero.it
con il vostro nick e numero di cellulare

sabato 4 luglio 2015

Le parafilie sessuali: il sadismo

di Lucia Imperatore il 13 maggio 2009

http://www.psicozoo.it/2009/05/13/le-parafilie-sessuali-il-sadismo/


Ci addentriamo nel nostro speciale sulle parafilie sessuali, in argomenti piuttosto delicati e difficili da trattare senza urtare la sensibilità di qualcuno e lo stomaco di qualcun altro. Psicozoo continua il suo speciale con un disturbo, il sadismo sessuale, che crea non poca indignazione e sofferenza a chi ne subisce gli effetti.
Definizione

Il termine sadismo fu introdotto da Krafft-Ebing, che lo derivò dal nome di Donatien-Alphonse-François de Sade, meglio conosciuto come Marchese de Sade (2 giugno 1740 – 2 dicembre 1814), aristocratico francese autore di diversi libri erotici e di alcuni saggi filosofici, in cui è evidenziata la figura del sadico come individuo capace di compiere, con scientifica razionalità, ogni sorta di azione volta al male, rifiutando ogni limitazione imposta dalla morale comune e riconoscendo come unica legge il perseguimento e l’accrescimento del proprio personale piacere.



Oltre che una perversione, il sadismo può essere anche un tratto della personalità: sadico è infatti chi si compiace del suo essere crudele, chi prova piacere e gratificazione psicologica nel maltrattare i familiari, nelle sconfitte e nel dolore altrui. All’interno della vita familiare si nota come questi soggetti pretendano obbedienza, abbiano un senso fanatico dell’autorità e puniscano ogni minimo errore.

Secondo il DSM-IV Il sadismo sessuale comprende i comportamenti in cui il soggetto ricava eccitazione sessuale dalla sofferenza psicologica e fisica della vittima, inclusa l’umiliazione. Alcuni sadici provano piacere nell’evocare le loro fantasie sadiche durante l’atto sessuale, godendo del controllo completo sulla vittima terrorizzata da quello che sta avvenendo; altri mettono in atto i loro impulsi con un soggetto consenziente, magari affetto da masochismo sessuale; altri ancora purtroppo agiscono i loro impulsi con soggetti non consenzienti.


Le pratiche sadiche
Gli atti più comunemente emessi dai sadici riguardano sia attività che sanciscono il dominio sulla vittima, come ad esempio il forzare la vittima a camminare carponi, il legarla o il rinchiuderla, sia vere e proprie azioni di violenza quali, l’imprigionare, il bendare, lo schiaffeggiare, il fustigare, il pizzicare, il percuotere, il bruciare, il violentare, il procurare ferite da taglio, lo strangolare, il torturare e l’uccidere.

La prevalenza, l’esordio e il decorso
Il sadismo è un disturbo per lo più maschile, anche se non mancano gli esempi del gentil sesso.


Di solito l’età di esordio di questa patologia è la prima età adulta, anche se possono manifestarsi dei prodromi nell’infanzia (ad es. la violenza sugli animali e la loro uccisione). Secondo una ricerca finlandese, infatti, l’età media in cui i sadici prendono consapevolezza dei loro desideri patologici è intorno ai 18-20 anni, la prima esperienza intorno ai 21-25 anni, nella maggioranza dei casi valutata come un’esperienza positiva. La preferenza sadica o masochista può cambiare nel corso della vita: in genere passando dal masochismo al sadismo.

Spesso con gli anni il disturbo tende ad incrementarsi e può protrarsi fino all’arresto del paziente per la messa in atto di comportamenti pericolosi, compreso l’omicidio, con soggetti non consenzienti. La gravità è maggiore se combinato con il disturbo antisociale di personalità, in cui la sofferenza dell’altro non è vista o viene completamente ignorata.

Le forme
Il sadismo può assumere diverse forme secondo il grado di aggressività esercitato e le conseguenze che ne derivano.

A questo livello distinguiamo:

a) il sadismo criminale, che è proprio di individui, che spinti da un sentimento di violenza, torturano la vittima fino ad ucciderla. Il comportamento di questi soggetti sembra essere collegato più ad una forte impulsività e malvagità che a tendenze sessuali;

b) il sadismo perverso, che consiste in una serie di torture o giochi perversi attuati allo scopo di avere un’eccitazione sessuale. Gli individui che rientrano in questa categoria possono agire sia su soggetti dello stesso sesso, che su bambini, animali e perfino su oggetti;

c) il sadismo nevrotico, caratterizzato dal forme di perversioni che fungono da scarica o da contenimento e sono spesso legate a sintomi nevrotici come angoscia, ossessioni, fobie.


Le possibili cause
Sigmund Freud ha utilizzato frequentemente il termine sadismo per indicare sia la fusione di sessualità e violenza, sia l’esercizio della sola violenza anche senza connotazioni sessuali. Allo stesso modo, in un primo tempo il sadismo fu considerato da Freud un fenomeno primario, capace di convertirsi poi in masochismo, mentre in un secondo momento sarebbe stato il masochismo originario ad essere deviato verso l’esterno sotto forma di sadismo, attraverso la pulsione di morte.

Secondo le teorie psicodinaliche classiche la soddisfazione del sadico nel vedere soffrire la sua vittima si spiega, con la sua identificazione con la vittima: il sadico quindi gode nel far soffrire sé stesso.


Ciò che va più di ogni altra cosa messo in rilevo è che c’è una relazione complementare e simmetrica fra sadismo e masochismo, che sono in pratica due facce della stessa medaglia, i due versanti della stessa perversione, le cui forme attive e passive si incontrano nello stesso individuo.

Sostiene Freud: “Chi prova piacere ad infliggere dolore agli altri in relazioni sessuali è anche capace di godere il dolore come un piacere che da queste può derivare. Un sadico è allo stesso tempo un masochista, sebbene l’aspetto attivo e quello passivo della perversione possa essere in lui più fortemente sviluppato e costituire la sua attività sessuale prevalente”.

Sembra che l’abuso subito nell’infanzia sia un altro possibile fattore causale o comunque correlazionale del sadismo. Uno studio di Nordling e coll. del 2000, condotto in Finlandia presso club sado-maso sono stati intervistati 186 uomini e donne di età media fra i 30 ed i 35 anni. 18 di loro hanno dichiarato di essere stati sessualmente abusati; di questi soggetti abusati, in particolare le donne, erano più coinvolte in atti masochistici delle donne non abusate.

Secondo Gabbard, l’atto aggressivo serve a contenere la rabbia e l’ostilità di questi soggetti che sono guidati da un forte desiderio di dominare ed umiliare gli altri e nello steso tempo di voglia di riscatto e vendetta.


Lo psicologo forense Richard Walter evidenzia tre caratteristiche del sadismo, le cosiddette “Tre D”: dread (Paura), dependency (dipendenza) e degradation (degradazione) – ( in Keppel, 1997). Il sadico vuole infliggere un senso di paura nella vittima, provando un’eccitazione sessuale attraverso la percezione del grado di terrore della vittima. Inoltre vuole che la sua vittima sia completamente dipendente da lui; quanto più grande sarà la dipendenza percepita tanto grande sarà il suo brivido sessuale. Per finire, il sadico degrada la sua vittima sia fisicamente che spiritualmente.

E’ importante comunque sottolineare, che tutte le forme di parafilia, sembrano rifiutare o comunque allontanare la possibilità di relazioni sane che richiedano impegno e responsabilità: il sadismo in particolare rifiuta la reciprocità che è come caratteristica fondante dell’amore.
La relazione con il partner non è ottenuta con il rispetto e la dedizione, piuttosto con una forma di unione simbiotica attraverso il dominio.


Il sadico vuole sfuggire alla propria solitudine e al proprio senso di isolamento impossessandosi di un’altra persona. Sublima sè stesso incorporando un altro essere che lo idolatra[…]

Il sadico non prova brivido per la morte della vittima, ma solo per un prolungato processo di tortura e di sofferenza su di una vittima cosciente. La morte della vittima è dovuta alla violenza del crimine commesso dal sadico, la cui opera si completa non appena i suoi bisogni sono stati soddisfatti.
Bibliografia

– Galimberti, Dizionario di Psicologia, De Agostini

– Pietrantoni L., Sadomasochismo e feticismo: aspetti clinici e psicosociali, Ric. Sessuologia, vol. 30 2006, CIC

- Ayzad, BDSM – Guida per esploratori dell’erotismo estremo, Castelvecchi, 2004.

venerdì 26 giugno 2015

Genova Bdsm Munch 9/7/2015 con workshop La dominazione nel Bdsm prima di punire occorre sapere


Giovedì 9 lugliodalle ore 20.00 alle ore 1.00

Dal 9 luglio alle 20.00 al 10 luglio alle 1.00

Ristorante pesca alla trota-Salita dei Mulini 4-Sant'Olcese- Genova
Genova Bdsm Munch

Workshop- La dominazione nel Bdsm: prima di saper punire occorre sapere.


“HIKETEIA. E’ una antica pratica, d’origine greca, in uso presso la stirpe delle Amazzoni , attraverso la quale un supplice richiede protezione ad una persona. Il rituale è minuzioso: ci si inginocchia dinanzi al protettore prescelto, gli si abbraccia le gambe e si pronuncia la formula prescritta. Il guardiano non è tenuto ad accettare immediatamente la richiesta del supplicante; eppure, una volta che lo si è preso sotto la propria ala protettiva, si è obbligati a sostentarlo e a proteggerlo. Il supplice, dal canto suo, è tenuto all’ubbidienza e al rispetto incondizionato. Il vincolo che si instaura è sacro: non può essere rotto, pena le punizioni.”

Programma-

Che cosa è la dominazione:

1. dissonanze cognitive
2. la psichiatria
3. comprensione dell’altro
4. obiettivi
5. pratiche
6. sicurezza
7. intervista a un Dominante e a una Miss
8. intervista ai sub

Giovedì 9 Luglio 2015-ore 20.00

Ristorante pesca alla trota- Salita dei Mulini 4-Sant’Olcese- Genova
http://www.ristorantepescaallatrota.it/dove-siamo

Uscita Genova-Bolzaneto autostrada A7 Genova/Milano- Si gira a destra(non fare il ponte che si trova a sinistra). Si seguono le indicazioni per Manesseno (non fare il ponte che si trova a sinistra). Si attraversa tutto il paese . Dopo un capannone si gira da un piccolo ponte a destra, via Isola e si inizia a salire. Via Bachelet nella curva a destra si trova il ristorante con posteggio.

CENA

LOCALE: Ristorante pesca alla trota

INDIRIZZO: Salita dei Mulini 4-Sant’Olcese Genova- Uscita casello autostradale A 7 Ge/Bolzaneto-

COSTO: 22 euro per la cena- Il menù comprende una abbondante e succulenta grigliata di carne (per i vegetariani formaggio e verdura grigliata), dolce, caffè, acqua gasata (sala riservata solo a noi)

PRENOTAZIONE

Per prenotare non basta cliccare su PARTECIPERO’ : inviate una mail a
bdsmcreuzadumale@libero.it
con il vostro nick e numero di cellulare

La prenotazione alla cena è obbligatoria; indicate in quanti siete e a cosa volete partecipare al fine di permettere al gestore del locale di preparare la giusta quantità di cibo

Se fino all’ultimo siete in FORSE ma riuscite a liberarvi e volete partecipare..FATELO!

Se qualcuno ha bisogno di trovare un posto per dormire lo segnali al più presto

Dress-code non richiesto
Per rendere un grande incontro il MUNCH, chiediamo il vostro aiuto: spargete la voce, parlate di questo incontro su siti e community e se qualcuno dei vostri contatti fosse interessato o incuriosito da questo mondo, invitatelo a venire o dategli il mio contatto.

CONTATTI

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Fruste che volano nel loro vorticoso avvinghiarsi al Genova Munch Bdsm del 12/6/2015


Fruste che avvinghiano, cinghie che attanagliano vorticose i corpi…..al Genova Bdsm Munch.

I giorni passano in fretta; volano, i minuti rincorrono le ore.

Tu sei qua a pensare…anche questa volta è andata.

Forse poteva andare meglio.

Avrei potuto inserire questo argomento.

No, ancora meglio quest’altro. Ma no, va bene così, dai…

Il munch di venerdì 12 giugno 2015 è stata un ulteriore conferma che qualcosa si può fare anche in una città difficile come Genova. Ci sono persone meravigliose che credono in

quello che fanno; persone che hanno voglia di costruire mattone su mattone un gruppo che si sta formando. Persone disponibili, di età e ruoli variegati. Quella più riservata che

titubante se ne sta in disparte. Quella più intraprendente che invece trasporta con la sua vivacità. Donne e uomini, ognuno con la propria unicità per credere nel domani.

Momenti di fosco sconforto a volte mi attanagliano; poi tengo duro e vado avanti. E’ complicato ma la voglia di stare insieme e di formare un gruppo distinto da qualsiasi altro

mi porta a trasportare con me, chi in me crede. Trovare una location adeguata e riservata che ci permetta di esprimere quello che proviamo e quello che siamo. Questo è il mio

obiettivo futuro al fine di invogliare a venire anche coloro che al momento, stanno ad osservare dietro l’angolo.

Al relatore che ha presentato il workshop di verberazione porgo i miei ringraziamenti per il suo coraggio a mostrarsi e a parlare di un argomento vasto trovando il modo migliore

per essere chiaro ed esaustivo anche per coloro che si approcciano a questa realtà cercando di capire come muoversi.

Segni che passano ma restano scolpiti nella mente

Fruste che volano nel loro vorticoso avvinghiarsi.

Colpi che si susseguono uno dopo l’altro.

Il corpo che sussulta.

La mente che parte in un’altra dimensione.

Lui che ti sussurra parole delle quali non afferri il senso compiuto.

La cinghia che ti accarezza ammaliatrice, dispensatrice di piacere e di dolore.

Sublime attrezzo, carnefice mordace.

Ti sconquassa, ti ferisce

E' dolore.

E' sofferenza.

E' patimento.

E' dentro di te.

Non ne puoi fare a meno.

Ti prende la testa, ti ruba l'anima, ti possiede.

Sottomissione, una realtà lunga tutta una vita.

Lara Bianchi pubblicato in data 15 giugno 2015 copyright tutti i diritti riservati


Si ringraziano tutti i numerosi partecipanti provenienti anche dalle regioni e provincie vicine che non si sono fatti fermare dalla distanza geografica. Grazie per aver creduto

in noi, grazie della vostra esistenza, della vostra presenza, della meravigliosa serata trascorsa in deliziosa compagnia. Non sono mancate le risate. Momenti così che si

ripeteranno .


https://www.facebook.com/groups/autunno62/


martedì 23 giugno 2015

L'assordante silenzio si fa musica

Quando il silenzio diventa assordante accendi la musica per ascoltare la melodia del mondo.

Pubblicato in data 24-4-2015 da Lara Bianchi- copyright tutti i diritti riservati


Trasforma la tua lotta in un’occasione per vincere la sfida più grande, quella con te stessa.

Lara Bianchi pubblicato in data 14/12/2013 copyright Tutti i diritti riservati


Mi piacciono i luoghi desolati,impolverati, isolati.

Mi piace stare lì ad ascoltare non si sa cosa...i miei silenzi, i miei pensieri.

Mi piace stare in compagnia di me stessa.

A volte mi piace attendere...il presente, il futuro ma deve essere un'attesa finalizzata.

Mi piace scrivere i pensieri nella polvere poi copiarli nel cuore per rinchiuderli dentro di me.

Lara BianchiPubblicato il 14/5/2015 copyright tutti i diritti riservati


Solo la luna condivide con lei quella cella rischiarando le lugubri e fredde pareti notturne. . .

lei, la luna e la cella . . .

Una triade perfetta .

Lara Bianchi Pubblicato in data 22-5 S. B . copyright diritti riservati


La filosofia nel boudoir-Bdsm creuza du male