martedì 3 novembre 2015

Lo spazio-tempo della catarsi – Intervista a Maria Jiku

http://www.ctrlmagazine.it/maria-jiku-interview-intervista/


La struttura delle carceri di S.Agata prese forma nel 1798 ad opera dell’architetto Leonard Pollack, subentrando al più antico monastero costruito accanto all’omonima chiesa. Furono chiuse tra il 1974 e il 1978, dopo quasi due secoli di degrado e sofferenza. Ad oggi, sono abbandonate da oltre trent’anni.

Grazie al progetto “Ora d’Aria” è stato scelto come location per l’evento di INVISIBLE°SHOW, che lo scorso 17 luglio ha avuto come ospite la performer e artista multimediale Maria Jiku, attiva anche nel circuito del BDSM come dominatrice. Il suo show, basato sull’improvvisazione, combina voce, grida e frustate su base elettronica.

È stato strano vedere il carcere in anteprima, alla luce del giorno e col sottofondo degli operai al lavoro. Attualmente, tutto il complesso somiglia ad un gigante di pietra e cemento in decomposizione, l’intonaco che si sgretola dai muri li fa sembrare di carta. Una parete, per via dell’umidità, è diventata quasi del tutto verde: si intona bene col rossiccio della ruggine che impregna ogni centimetro di ferro disponibile. Che è tanto, tante quante sono le ombre delle sbarre e delle inferriate proiettate sul pavimento dal sole. Son le tre di pomeriggio di una giornata torrida.

Jiku è vestita interamente con vestiti di pelle e neri, che si impolvereranno non appena saremo all’interno delle celle per l’intervista. I capelli son lunghissimi, corvini anche quelli, e con questo caldo non glieli invidio per nulla. Dentro almeno, nelle celle oramai aperte, si sta meglio. Prima che il microfono inizi a registrare si veste con il costume che userà durante la performance, un leggerissimo mantello di un rosso vivace.


Parlando di dolore e piacere, quanto influenzano la tua arte?

Sono stata molto influenzata dal dolore durante la mia vita, ne ho provato tanto. Normalmente, le persone non vogliono provare dolore, ma io sono interessata al lato profondo e oscuro dell’umanità. Di solito la gente non vuole vederlo, vuole essere felice, ma a me interessa osservare questo aspetto. Mi concentro in particolare sul dolore e sul piacere, ma anche sul controllo mentale.

Nella tua arte, come si manifesta il rapporto catartico tra piacere e dolore?

In Giappone lavoro dal 2009 come dominatrice nel circuito BDSM [Bondage and Discipline (BD), Dominance and Submission (DS), Sadism and Masochism (SM), n.d.r.]. Dolore e piacere sono sempre presenti negli spettacoli sadomaso: li percepisco in ogni show, mentre combino la sonorizzazione con la performance. Voglio fonderli nella mia arte, uniti al controllo mentale, anche per via della mia professione.

Storicamente, la cultura occidentale ha sempre codificato il dolore in pubblico, al contrario di quella giapponese, che tende a negare l’espressione esteriore delle emozioni, soprattutto il dolore personale, che deve essere celato con compostezza. Come si relaziona questo tema con la tua musica, un noise basato sull’espressione fisica/psichica/vocale del dolore?

Io sono molto curiosa: se le persone legate sono colpite dalle fruste o colpiscono qualcuno, voglio vedere l’effetto sul corpo, ma anche sulla consapevolezza mentale. Non è violenza, ma un modo di connettersi a vicenda in maniera differente. Si tratta di una reazione, di una sorta di comunicazione. Nella mia testa vorrei portare gli altri ad aprirsi.

La tua performance è una sorta di meditazione per te?

Sì, abbiamo bisogno di meditare. Io stessa ne ho una necessità profonda e fare arte è una forma di meditazione, un mio tentativo di pulizia interiore.

Cosa ti aspetti dal pubblico?

Dipende molto: a volte dicono “che orrore”, altre sono meravigliati. Ricevo sempre qualcosa dal pubblico, capita anche che qualcuno gridi: “I want to scream!”. [ride] L’energia cambia molto, se io sono positiva: dà un feedback sempre diverso. Vorrei mantenere un’energia positiva, ma non sempre riesco… Non sono perfetta. Dipende sia dal pubblico, sia da come mi sento io in quel particolare giorno: se il pubblico vuole che lo faccia, lo faccio, altrimenti no, non voglio fare del male. Come un gioco. Per il piacere, ma anche per il controllo mentale.

È importante quindi la relazione tra pubblico, performer e spazio della performance?

Sì. Con le persone sono molto timida e contorta, non riesco a connettermi con un semplice “ciao sono Maria, piacere di conoscerti!”, mi sembra superficiale. Cerco quindi di entrare in sintonia ad un livello più profondo, in una relazione più mentale. Mi sento (ri)connessa, come dopo ogni performance.

Noti differenze nella reazione del pubblico a seconda della nazione in cui ti trovi rispetto ad un’altra?

È un punto molto interessante per me, perché viaggiando tanto lo noto. In Italia il pubblico è molto aperto. Alla fine dello spettacolo chiedo sempre se qualcuno vuole provare le fruste. “Overdo it!” [“Esagera!”], dicono alcuni. In Svizzera assolutamente no, sono molto più moderati. [ride]

Come sei arrivata a formulare questo tipo di rappresentazione per esprimere ciò che intendi comunicare?

Il mio maggior guadagno viene da questo: frustare le persone mi salva la vita [ride]. Questo tipo di attività mi permette di vivere, ma allo stesso tempo ricevo molto di più. Ho scelto di lavorare nel BDSM, ma in Giappone non ho avuto molte opportunità a riguardo, quindi son venuta in Europa, per continuare la mia vita. Una volta un uomo era così stressato e durante la seduta ha provato talmente tanto dolore che si è sentito meglio, appena conclusa. Succede sempre. È una terapia bizzarra, parlo molto. Alla fine il mio lavoro è anche una sorta di terapia. Arte e terapia.

Qualche volta hai avuto problemi durante il tuo lavoro?

Mai. Una mia amica, che pure lavora come dominatrice, ne ha avuti parecchi. Io no, parlo molto con i clienti, se non vogliono qualcosa io non lo faccio. È questione di fiducia reciproca, perché è una promessa. Lo faccio solo se vogliono veramente.

Pratichi lo shibari? [arte giapponese che consiste nel legare le persone -generalmente con corde o funi- creando giochi geometrici che, oltre ad essere utilizzata per il rilassamento mente-corpo, è anche praticata a livello sessuale nei circuiti sadomaso, n.d.r.]

Molto, soprattutto in Giappone. Lego le persone anche durante lo show, e dopo. L’audience è composta sia da uomini che da donne, ma la maggior parte dei clienti sono uomini, perché sono loro ad avere i soldi.

C’è un fine estetico in questa pratica?

Sì, dipende come si definisce il corpo: devo lasciare dello spazio, non posso stringere troppo. Il bondage giapponese è molto pericoloso quando i clienti fanno uso di alcol, droghe, ecc… Lì ho avuto problemi, ad esempio una volta un cliente ha avuto una specie di attacco cardiaco, non riusciva a respirare.

Quanto sarà importante questo contesto delle carceri per la tua performance?

È sicuramente molto interessante, anche se non so che tipi di persone ci sono state fino a che è stato chiuso nel ’77. Non è la prima volta che mi esibisco in una prigione: è la seconda. La prima è stata l’anno scorso a Tallin, in Estonia. È stato incredibile.

Che peso ha nelle tue performance l’improvvisazione?

Improvviso con la voce su una base elettronica, spesso usando un sintetizzatore. Questa volta non l’ho portato, è troppo pesante.

Hai studiato musica?

Quando avevo tre anni ho studiato piano classico, ma non mi dava nulla, l’ho odiato… Quindi son passata al versante “elettronico”, diciamo. [ride]

Parli di spazio e tempo, qual è la connessione con la tua arte?

Mi chiamo Jiku, e il significato di “Jiku” è spazio-tempo. Vivo in essi e li controllo nella mia performance, mi ispirano molto come concetti.






La filosofia nel boudoir-Bdsm creuza du male