domenica 4 ottobre 2015

Il bisogno di appartenenza


BISOGNO DI APPARTENENZA
Andrea Canevaro

1. Di cosa parliamo

Da un po’ di tempo abbiamo la sensazione che uno dei bisogni più presenti nella nostra
situazione sia il bisogno di appartenenza. E’ difficile che venga espresso con questo termine e, tra i
tanti bisogni che hanno un nome chiaro anche a colui o colei che li vive, questo sembra essere un
bisogno che prende diversi nomi e ha quindi delle difficoltà ad essere percepito nella sua
dimensione più vasta e reale. Il bisogno di appartenenza può esprimersi con il desiderio di avere
sicurezza, di appartenere quindi ad una cittadinanza che viene rispettata nei suoi più elementari
diritti, quelli che dovrebbero permettere di vivere lavorando, avendo del tempo libero,
incontrandosi, divertendosi e percorrendo liberamente le strade, le piazze, entrando nei negozi,
uscendo, passeggiando: vivendo, in una parola.
A volte il bisogno di sicurezza viene espresso con il tentativo di individuare coloro che
mettono in pericolo la sicurezza e che vengono visti soprattutto come gli estranei minacciosi. E
allora si percepiscono come pericolosi coloro che non parlano il nostro stesso idioma, oppure lo
parlano con un accento diverso, che non hanno le nostre stesse abitudini culturali, religiose,
alimentari, che vivono con ritmi e modi diversi dai nostri. Il bisogno di appartenenza mobilita delle
individuazioni di possibili nemici. Vengono anche rappresentati sulla base di eccezioni invece
trasformate in regola; è un meccanismo ben noto ma non per questo non avvertito come falso, anzi
ancora ritenuto vero. Se uno scippatore è di un’altra cultura trasforma tutti coloro che sono di quella
cultura in scippatori, possibili e anzi molto probabili; quindi individui pericolosi.
L’appartenenza può provocare anche dei fenomeni di campanilismo o di integrismo
localistico, che hanno in molte parti del mondo espressioni diverse ma sempre molto violente. E
quando la violenza è in cammino è difficile prevenire ed è difficile preventivare dove e quando
possa fermarsi. Prende slancio e rischia di andare oltre le intenzioni degli stessi che l’hanno
alimentata o desiderata. Può prendere avvio con l’idea di difesa - difendere il proprio paese, inteso
anche come villaggio, la propria casa, il proprio cortile – , ma si trasforma molto rapidamente,
invece, in attacco violento, in escursioni militari punitive o addirittura peggio.
Molte parti del mondo sono caratterizzate da questo fenomeno e a volte alimentano lo
stereotipo. Facciamo un esempio: che l’Algeria viva un momento di grande difficoltà – momento
che purtroppo dura da anni –, che questa difficoltà si trasformi anche in morti, a volte in carneficine,
in massacri di interi villaggi, deriva anche o fondamentalmente dal bisogno di appartenenza
stravolto in un senso di aggressione nei confronti di tutti coloro che in qualche modo minacciano


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l’integrità

- la presunta integrità – di una popolazione, di una cultura. E ha due derivate, tra le tante:
una di carattere economico, perché si organizza e si stabilizza una economia basata proprio sul
fenomeno della violenza perpetuato, ricorrente; e l’altra è una deriva che va lontano e che permette
a coloro che sono localizzati in altra parte del mondo di rendere prigioniero di uno stereotipo il
mondo arabo trasformando, violentemente, quella che è una situazione specifica in una caratteristica
generale, meta-storica, quindi, che possa presentarsi come elemento biologico presente nel DNA
della cultura araba, non facendo delle grandi differenze tra quello che può essere un periodo di una
situazione algerina - a sua volta con differenti situazioni a seconda che si tratti delle città e di quali
città e della campagna, della montagna, delle cultura berbera ecc. con tante determinazioni diverse
all’interno della stessa cultura algerina -; non si tratta più di fare nessuna distinzione, perché tutto
viene messo – come si dice per situazioni e per cose più leggere - in un unico sacco e diventa “il”
mondo arabo, gli arabi: gli arabi sono ….
Questo è il pericolo: un modo di vivere l’appartenenza con una chiusura dentro stereotipie
attribuite agli altri e riflesse su se stessi. E’ evidente che entra in questa logica anche l’espressione
“razza padana” e il leghismo, e le sue complicità più o meno diffuse, è certamente una delle
possibili derivazioni del modo di rispondere al bisogno di appartenenza. Un modo che stravolge le
realtà e determina delle dinamiche difficilmente controllabili di violenza.
Vediamo quindi che vi sono molte forme di risposta a bisogni che sembrano diversi tra loro
e che hanno una possibile lettura nell’unico bisogno, unitario, di appartenenza. Ma molte volte
abbiamo presenti piùi modi a cui non diamo il nostro consenso, che non apprezziamo o che
riteniamo nettamente sbagliati, di rispondere a dei bisogni che non le forme giuste di risposta a un
bisogno così importante.
In particolare il bisogno di appartenenza che cos’è? Vi è uno studioso che ha rappresentato
le necessità, i bisogni del percorso di vita, con uno schema che ha voluto organizzare in una forma
piramidale. Questo studioso, Maslow, ha posto alla base della piramide – quindi deve essere
ovviamente più larga se deve sorreggere la spinta in altezza – i bisogni primari che considera quelli
legati alla respirazione, all’alimentazione, alla temperatura corporea, alla possibilità di cure
igieniche che si fondano sull’evacuazione, la digestione; i bisogni di riposo e di veglia, di attività
(l’essere attivo risponde a un bisogno). I bisogni primari, poi, sorreggono, in fasce superiori, altri
bisogni, e ad un certo punto – quasi nella fase mediana della costruzione della piramide – vi è il
bisogno di appartenenza. L’interpretazione della piramide di Maslow porta a capire che non vi sono
degli strati alti che possono far dimenticare gli strati bassi della piramide.
La rappresentazione grafica risponde a una necessità di schematizzare un processo unitario,
in immediato rapporto con la realtà circostante. L’individuo è collegato – e vorremmo dire anche


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“legato”

alla realtà che è prima di lui, in cui entra venendo al mondo. Per esempio il linguaggio è
fornito a un individuo che vi entra; e quando si dice “lingua materna” si fa riferimento a una figura
che riteniamo essere in generale la figura (materna) che per prima ha una funzione di parlante
curando un neonato, incapace di distinguere suoni e di dare senso, ma che entra piano piano nella
lingua presente già prima della sua nascita. In questa lingua trova, quindi, delle regole, delle
convenzioni e deve accettarle e nello stesso tempo avere una libertà di espressione per dare a sua
volta una originalità alla stessa lingua che adotta e da cui è adottato. Il processo, quindi, è di doppia
adozione. E già questa è appartenenza.
Il bisogno di appartenenza si innesca molto precocemente, dai primi momenti in cui un
essere vivente è al mondo e ha una distacco dalla sua madre, un rapporto che è di appartenenza: al
mondo, per esempio, però anche al piccolo contesto in cui interagisce. E questa appartenenza
prende sempre più senso, anche come struttura simbolica. Il modo di appartenere è anche il modo di
rispondere all’esigenza –tipicamente diritto e dovere insieme - di essere parte, di non considerare se
stessi come un tutto ma una parte. Questo significa anche trovare delle forme di equilibrio nella
partecipazione alla vita del mondo.
Il mondo è molto ampio se si parte dal singolo individuo. Non è poi così ampio se si
rappresenta la vita dell’individuo come una struttura simbolica che lo può anche abbracciare tutto,
non solo, ma che ha influenze su punti anche molto lontani nel tempo e nello spazio.
Appartenenza è quindi una necessità: essere innescati in un processo storico ma anche in una
appartenenza territoriale e conoscere la propria collocazione ed i propri strumenti adottandone
alcuni a imitazione di quelli che si vedono in funzione negli individui che sono nati prima e che
sono già appartenenti; e altri che invece vengono individuati anche creativamente dal singolo
individuo, originalmente ricostruiti da ciascun individuo. L’appartenenza è anche questo
collegamento continuo con le quotidianità degli altri e del soggetto. Diventa importante - ma a volte
senza che diventi discorso ragionato – il ritmo della vita quotidiana e la possibilità di trovare in esso
la propria collocazione. La nostra appartenenza è anche quotidianità.
Che cosa sia appartenenza è dunque legato a qualcosa che sta dentro e sotto e attorno a noi
in maniera talmente pregnante da risultare a volte difficile da vedere, perché siamo nel quadro.
L’appartenenza è una prassi. Noi abbiamo altre volte riflettuto sul fatto che vi può essere un
imbroglio nella risposta al bisogno di appartenenza. L’imbroglio può essere nel rispondere non nella
prassi dell’attualità, aperta a un divenire e a un progetto; ma con una promessa di appartenere in
futuro a qualcosa che abbiamo chiamato il “club dell’élite”, ossia una possibilità di assumere dei
poteri, delle potenze, tali da diventare parte di quel gruppo di persone che sono potenti, con una
posizione forte.


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Il “club dell’élite”
è selettivo per cui abbiamo anche ragionato sulla necessità che vi siano
dei meccanismi di ricambio rispetto alla possibilità o meno di sentire questa promessa come
realizzabile dal singolo soggetto: se un singolo soggetto non sente più che quella promessa è per lui
o per lei bisogna che vi sia una pista alternativa che mantenga però la stessa logica, ossia soprattutto
prometta, con una dimensione quasi magica. E che cosa può essere questa? Noi l’abbiamo
individuata nella promessa di vincere puntando su qualcosa di casuale, sulla fortuna, sull’azzardo,
su una combinazione di eventi che premino l’azzardo stesso. Questa è una promessa che non ha
bisogno di avere strategie organizzative delle proprie capacità, delle proprie competenze, ma ha
solo di rinnovare il più possibile le occasioni per puntare, per rischiare. La promessa potrà diventare
sempre più seducente se tutto può diventare gioco: tutto può diventare una sorta di roulette su cui
puntare per poter vincere. Se non si vince oggi si vincerà domani o anche fra cinque minuti se il
soggetto ha la possibilità di rinnovare immediatamente la possibilità di giocare.
Si gioca la vita, e lo si può fare correndo in automobile o in motocicletta, esaltando una
platea, esibendosi, apparendo, riuscendo a colpire con la propria immagine chi decide di fare una
trasmissione televisiva. Si può puntare sull’abito, sull’aspetto, sulla velocità, sulla performance: vari
modi di giocare d’azzardo con la vita. “Club dell’élite” e gioco della fortuna: da una parte una
conquista di strumenti per diventare potenti, dall’altra una sorte che può regalare la potenza, basta
provocarla il più possibile. Non è quindi la prassi dell’appartenenza ma – ed è questo che
chiamiamo imbroglio – la sua promessa, e in questa viene trascurato tutto ciò che è quotidianità. O
meglio: la quotidianità viene esplorata unicamente per scovare in qualche angolino nuove
possibilità di gioco o nuove possibilità di conquista di strumenti di potere. Questa è un’altra
modalità di vivere l’appartenenza: come un imbroglio.
Se noi guardiamo su un vocabolario, il termine “appartenenza” rinvia ad “appartenere” che
viene spiegato come essere proprietà di qualcuno. Questa lettura dell’appartenenza è presente anche
nel termine che stiamo usando noi in rapporto al bisogno di essere parte, di far parte, di essere
insieme. Nel modo di rispondere a questo bisogno vi sono le insidie dell’essere o nel diventare
proprietà di qualcuno e quindi nella possibilità di sottomissione compiaciuta – scambiare
appartenenza per sottomissione può essere un equivoco ricorrente – o di ribellione covata o
esplosiva. E vi è la possibilità che vi siano delle ricerche di risposta al bisogno di appartenenza che
soprattutto siano intrichi di sottomissioni e ribellioni a un tipo di appartenenza per cercarne altre.
Vi è poi la situazione che non è solo paradossale, ma anche a volte propositiva, di trovare
una risposta al bisogno di appartenenza riunendosi con altre persone che si ribellano all’offerta di
appartenenza che viene fatta. Questa è una condizione che ci porta a ragionare su molti elementi che
sono presenti attorno a noi; la risposta al bisogno di appartenenza che viene interpretata come:


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“sono proprietà di qualcuno”,

può portare alla ricerca del proprietario ideale a cui sottomettersi; E’
ricorrente, per la situazione del nostro paese e non solo, l’invocazione o il timore, a seconda dei
punti di vista, dell’uomo forte, dell’uomo che abbia particolare carisma, che rappresenti la
sicurezza, quella sicurezza con cui avevamo iniziato questa riflessione.
Questo è cercare di incanalare il bisogno di appartenenza nella ricerca del buon proprietario
e nell’essere disponibili a diventare proprietà assoggettata, a patto che il padrone sia il buon
padrone.
Altri ritengono che non è tanto una questione di buono o cattivo padrone ma è proprio una
questione di rifiutare il padrone per rifiutare di diventare oggetto di proprietà di qualcuno. E se
l’appartenenza viene tout court interpretata come essere proprietà di qualcuno vi è il rifiuto
dell’appartenenza, che porta al paradosso di viverla come eterna ribellione. Che poi questa a volte
venga in maniera subdola strumentalizzata per sottomettere coloro che non si vogliono sottomettere
credo che sia un ulteriore paradosso abbastanza sotto gli occhi di tutti (se vogliamo vedere).
Per esempio, la ribellione che porta delle persone giovani e meno giovani a utilizzare il tifo
sportivo, in particolare per certe zone del mondo il tifo calcistico, come rivolta a una sottomissione
di vita dominata da certi crismi di vita ordinata e “per bene”, con certe caratteristiche, certi rituali. Il
tifo calcistico può rompere tutto questo e mettere in mostra, con molta visibilità, un gruppo – e i
singoli sentono nel gruppo la risposta al bisogno di appartenenza – che sembra avere tutte le
caratteristiche della ribellione e della contrapposizione alla sottomissione a un padrone. Dovrebbe
essere fin troppo facile rendere evidente che è proprio il padrone – figura retorica e non troppo –
che ha in questo modo la possibilità di mettere il marchio di proprietà anche sul gruppo e soprattutto
sul gruppo che prende questo indirizzo di ribellione. In questa maniera non è solo un’appartenenza a
rischio di essere sottomissione ma un rinforzo della logica del padrone proprietario di molte
appartenenze.
Questa situazione può ripetersi in forme varie e vi possono essere situazioni in cui il gruppo
nasce in una forma di ribellione calcistico-sportiva per poi essere utilizzato per rivendicazioni di
appartenenza. E’ un esplicito riferimento alla situazione della ex Jugoslavia: la forza dei gruppi di
sostegno dei club delle squadre di calcio divenne forza di manovra nella guerra che sconvolse la
Repubblica federale jugoslava, quella che adesso chiamiamo la ex Jugoslavia. E’ la possibilità che il
bisogno di appartenenza trovi delle risposte nelle ribellioni che vengono in qualche modo – anche
abbastanza grossolanamente – riprese e organizzate perché diventino funzionali a una più completa
proprietà. E’ un pericolo presente nel nostro tempo e ha molte, veramente molte forme di
realizzazione, da permettere un numero alto di esemplificazioni, nel micro e nel macrocosmo.



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Vi è quindi, nel termine “appartenenza”,
e nella risposta che si trova al bisogno di
appartenenza, una certa equivoca possibilità di scivolare verso l’appartenere come essere proprietà
di qualcuno. E’ una conseguenza o è una causa? Non sappiamo bene. Ciascuno di noi può avere il
dubbio se siano elementi esterni ed estranei alla questione appartenenza, o congruenti e quindi
consustanziali al fenomeno. Se arrivassimo alla seconda conclusione, ciascuno riterrebbe di dover
cercare di diventare proprietario del gruppo, per rispondere al bisogno di appartenenza. Questa
situazione ha creato e crea una continua divisione delle formazioni di appartenenza di tipo culturale
e politico, con la possibilità che vi siano continue frantumazioni perché la ricerca del padrone che
garantisca l’appartenenza come proprietà ha la possibilità che ciascuno aspiri a diventare padrone.
E’ l’individualismo di massa: la risposta al bisogno di appartenenza non viene percepita tanto nella
formula che abbiamo usato finora: “Il soggetto è parte di…” ma in questa: “Io, soggetto, sono
padrone di…” e il bisogno di appartenenza individualistico diventa una gestione padronale dello
stesso.
Di qui la possibilità che nascano molti “capetti”, piccoli leader, con molti tentativi di dare al
bisogno di appartenenza la risposta della proprietà, cercando ciascuno di collocarsi come soggetto
nel ruolo di padrone. Di qui una doppia possibilità: il collegamento alla proprietà in quanto soggetto
che diviene oggetto della proprietà; e il collegamento alla proprietà in quanto soggetto che diventa
soggetto padrone della proprietà. Questo è un punto che non viene molto chiaramente distinto: sono
intrecci pericolosi che a volte si mantengono reciprocamente, perché l’identificazione nella
proprietà diventa anche il modo di rispondere al bisogno di appartenenza. Vi è la possibilità che la
violenza in un gruppo sia alimentata dall’identificazione nel ruolo di leader, tale perché dimostra la
sua forza con maggiore avidità e violenza, con maggiore capacità di espressione padronale, con
l’aggressività di chi può prendersi qualsiasi licenza. E il meccanismo di identificazione fa sì che il
rapporto fra oggetto della proprietà e soggetto proprietario sia continuamente confusa, nella nebbia,
permettendo lo stabilirsi più ampio di oggetti di proprietà e quindi una risposta apparentemente più
solida (perché appare conforme) al bisogno di appartenenza in termini totalmente equivoci.
Se questa situazione sembra complessa da spiegare nella sua costruzione di senso
aprioristico, forse una maggiore chiarezza viene dall’occuparci di chi ha bisogno di appartenenza.


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