martedì 2 luglio 2013

LA PRIGIONIERA (La prisonnière ) di Henri-Georges Clouzot


PRODUZIONE: Francia
1968
GENERE: Drammatico
DURATA: 105’
INTERPRETI: Elisabeth Wiener, Laurent Terzieff, Bernard Fresson, Michel Piccoli.




TRAMA
José, moglie di un pittore, s'innamora del gallerista di quest'ultimo, attratta dalle sue perversioni sessuali, d'impronta sadomasochistica e voyeuristica.



RECENSIONI
Di cosa è fatta una donna? Santa e puttana, è disposta a tutto per amore, ma non conosce fino in fondo il proprio lato oscuro. E l'uomo? È schiavo delle proprie ossessioni, al punto da diventare "impotente". Marito e amante della protagonista sono agli antipodi, ma possono specchiarsi l'uno nell'altro. La donna chiede loro amore, il primo privilegia la propria carriera artistica, il secondo l'hobby per la fotografia erotica. Entrambi studiano la prospettiva, il modo con cui guardare e riprodurre la Vita ma, come il protagonista de Il Corvo, non "sentono" appieno, non vedono con gli occhi dell'anima e la loro creazione diventa merce. José si fa trasportare da un'inclinazione masochistica e perversa che non credeva di custodire: è disgustata a rivedersi ritratta in fotostatiche saffiche, rifiuta quello che, riprodotto dall'Arte, diventa sporco, non è verità. Clouzot non ha nessuna intenzione di tessere un'elegia del femminino, l’equidistanza è la direttiva principe del suo cinema, teso anche ad apostrofare chi non si accetta per come è, chi non riesce a convivere con l'evidenza (e la non necessaria malvagità) del Male. José, infatti, impegnata a montare un reportage televisivo su alcune donne costrette dai compagni ad atti osceni, scopre che il loro amore sadomasochista spesso non è disgiunto da una morbosa curiosità che si trasforma in piacere. In fondo è comodo obbedire, non si hanno responsabilità. Ed è comodo tirarsi fuori abiurando il disdicevole accaduto. Il gallerista voyeur, degno del meraviglioso Peeping Tom di Michael Powell, (ri)conosce l'ingenua perversa che bussa alla sua porta, la mette alla prova nei ruoli di "master and servant", cerca di aprirle la mente ma finisce con l'infettare le proprie ferite interiori. Pittorico più che mai (i caleidoscopici giochi nella galleria d'arte moderna; la tavolozza di colori nella sequenza in mezzo alle barche; il ritaglio "fotografico" della finestra sulla terrazza), Clouzot ci lascia (era seriamente malato) con l'ennesima opera provocatoria, scandalosa e stimolante, toccando argomenti tabù, rifiutando la facile morale, chiudendo con un sogno psichedelico e con un "Guarirai presto" che potrebbe essere l'augurio (del marito) per la salute dell'incidentata o il rammarico (dell'autore) per un "cuore di tenebra" sconfitto dalla mentalità piccolo-borghese, superba nel pensare all'amore solo come a un idillio paradisiaco.


http://www.nocturno.it/recensioni/la-prigioniera
Avrebbe dovuto intitolarsi La mal, l’ultimo lavoro di Henri-Georges Clouzot, a otto anni da La verità: in mezzo, la morte della moglie Vera, un infarto, e un capolavoro (L’enfer) lasciato a metà. La mal: un titolo emblematico per un film che chiude il cerchio di una carriera dedicata, in oltre un quarto di secolo, a esplorare i recessi più torbidi dell’animo umano. Nella sequenza pre-titoli il gallerista Stanislas (Laurent Terzieff) accarezza e manipola inquietanti bamboline con un trasporto che ricorda quello dell’assassino di Profondo rosso con i suoi feticci: ma quello che inizialmente sembra il ritratto di una personalità disturbata acquista nuova profondità e risvolti inediti quando le foto bondage che Terzieff scatta a occasionali modelle portano alla luce le pulsioni masochiste di Josée (Elisabeth Wiener), moglie dello scultore cinetico Gilbert (Bernard Fresson).

La rappresentazione dei giochi mentali che formano l’ossatura del rapporto sadomasochista che prende corpo tra i due (ma anche del matrimonio falsamente “aperto” di Josée e Gilbert) è quanto di più acuto e inquietante il cinema avesse rappresentato fino a quel momento. Clouzot costruisce tutto il film sul non visto, sulla suggestione, sulla dimensione tutta cerebrale dell’erotismo: come nella scena in cui Stan insegna a Josée a dominare verbalmente un’inesistente terza persona, con la mdp che segue i movimenti dell’immaginaria schiava nella stanza vuota, o con l’ellissi che ci porta dal momento in cui Josée arriva al primo appuntamento fotografico al “dopo” in cui la donna contempla le immagini scattate dall’uomo con protagoniste lei e un’altra modella. Una scelta rigorosa, e non certo dettata da pudicizia. Dirà Clouzot: «Si j’avais fait du sadique un SS, tout le monde aurait admiré ça. Si j’avais fait le strip-tease mais que ce soit celui de Salomé devant le roi Hérode on aurait souri aimablement. Ce qui est très gênant c’est quand on met un miroir en face de la figure et qu’il faut s’y reconnaître». La prisonnière è gelido come un teorema nel condurre in porto l’assunto iniziale: è anche crudele e profondamente misantropico, come lo erano stati Il corvo, Vite vendute, I diabolici, al punto di trasformare impercettibilmente il carnefice in vittima, e viceversa, mostrando la labilità dei ruoli sessuali. L’ansia borghese di normalizzare i propri impulsi, trasformando un’ossessione erotica in un’accettabile infatuazione amorosa con annessa fuga romantica, trasforma Josée nel polo dominante della coppia, mentre Stan si scopre davvero innamorato, ma anche indifeso e umiliato nella propria impotenza.

Resta da dire della forma: di rado si è visto un film così felicemente audace, così coerente e inesausto nella sperimentazione visiva e sonora. Al suo primo film a colori, Clouzot batte i figliocci della nouvelle vague sul loro stesso terreno, componendo ogni inquadratura come un piccolo trattato sui significati emotivi degli elementi cromatici, isolando chiazze di colori primari e utilizzando le illusioni ottiche create dalle opere degli artisti ottico-cinetici in mostra presso la galleria di Terzieff per ricostruire un universo affascinante e ipnotico, sonorizzato dalle muische di Berio, Webern, Xenakis. Se, come dice Terzieff, «l’arte moderna corrisponde esattamente al mondo di oggi, aiuta a capirlo pur essendone un riflesso», il mondo di La prigioniera è un riverbero ormai indecifrabile del nostro inferno mentale, un labirinto in cui ognuno è prigioniero dei propri demoni, visualizzato in un prodigioso tour de force onirico finale che richiama il trip psichedelico di Keir Dullea in 2001.

Roberto Curti

La filosofia nel boudoir-Bdsm creuza du male