giovedì 6 giugno 2013

Giochi SM in solitario ovvero le autopunizioni

http://www.gabbia.com/boudoir/01/05/2010/giochi-sm-in-solitario-ovvero-le-autopunizioni/

by Fulvio

Una schiava o uno schiavo che si autotortura da solo è un fatto del tutto anomalo? E quando ciò avviene, quali sono le ragioni di questo fatto solitario? Dove affondano le origini storiche dell’autotortura?
Interrogativi cui si cerca di dare una risposta alla luce di centinaia di testimonianze ricevute da chi scrive questo articolo.
Ed ancora, quali sono le autotorture più frequenti? Ci sono dei rischi connessi con questa pratica solitaria?
Differenza tra autotortura ed autolesionismo



Una statistica fatta in Inghilterra alcuni anni fa’ parlava che il 55% delle persone sottomesse praticava le autopunizioni.
Non avevo trovato precisazioni sul campione analizzato e men che meno se quel dato si riferiva a atti sporadici o a pratiche continuative.
Prendiamo dunque questo dato per puramente indicativo e cioè che una grande fetta della popolazione sottomessa sperimenta o pratica su se stessi.
Questo fatto solitario è più che naturale così come l’atto solitario della masturbazione.
Ma come la masturbazione non è un atto sostitutivo del rapporto sessuale a due e trova il suo fondamento nella ricerca e scoperta del piacere e per una più profonda conoscenza del proprio corpo e delle sue vie al piacere nonché un atto di amore verso se stessi ( ben sapendo che chi non ama se stesso molto difficilmente può amare in modo completo ed equilibrato un altro) così il torturare se stessi ha i suoi fondamenti che ora cerchiamo di mettere in luce.

Storicamente l’autopunizione affonda le sue origini nelle autoflagellazioni di tipo religioso o nella pratica del cilicio (giro di corde intrecciate a spine che le suore si mettevano attorno al petto per mortificare il seno)) di consuetudine monastica e in altre mortificazioni meno appariscenti.
Sulle autoflagellazioni diffusissime nel medio evo e in minima parte ancora oggi ci si potrebbe intrattenere a lungo, ma andremmo fuori tema.

Se è vero che le varie forme di esaltazione religiosa (acuita da miti di castità forzate) porta alle autopunizioni di cui sopra, quelle in campo SM hanno varie forme ed origini.
Per amore di schematismo potremmo riassumere in 3 le forme e motivazioni delle autopunizioni in campo SM.

A – lo schiavo/a che non ha ancora trovato il partner dominante si consola surrogandosi al padrone/a infliggendosi una serie di punizioni. Spesso si tratta di persone giovani, ai primi approcci a BDSM e le autopunizioni sono legate alla masturbazione. Possono essere un modo per eccitarsi oppure nel momento della eccitazione le fantasie portano a voglie di sentire dolore.
In altri casi la motivazione vera è l’allenamento. Uno vuole sperimentare su di sé e provare e riprovare alcune torture per poi essere in grado di sopportarle bene, una volta trovata la persona dominante.
Per questo tipo di persone l’infliggersi delle piccole o grandi torture è qualcosa di transitorio e surrogatorio al vero rapporto di sottomissione con una persona.

B – lo schiavo/a ha una componente masochistica molto forte. L’interesse ad eseguire ordini, a subire umiliazioni è del tutto assente. La voglia di sentire dolore è invece estremamente forte.
La ricerca di un padrone /a in questi casi risulta difficile oppure non viene neppure presa in considerazione. Se viene presa in considerazione è solo per trovare una persona che con mano ferma esegua i desideri dello schiavo masochista. E per questo motivo non è semplice trovare un Master o una Mistress che si limiti ad eseguire.
Molte ricerche tramite inserzioni sadomaso ( e non solo tramite inserzioni) non vanno a buon fine perché lo schiavo più che esporre i suoi limiti, manifesta tutta una serie di esigenze / richieste e la persona Dominante si sente defraudata del suo potere di decidere, scegliere, gestire, il cosa fare e il come fare. E tutto si conclude con una battuta del Dominante :“sticazzi di schiavi/e che vogliono sempre comandare”.
Dunque il rifiuto di calarsi nel ruolo di persona sottomessa abbinato al forte masochismo determina che i’autotortura sia pratica necessaria e appagante per questo tipo di persone. La masturbazione finale è scontata.

C – L’autotortura è un gioco a distanza tra due partner. In questo caso chi pratica su se stesso non decide il cosa fare ma esegue solo degli ordini. Però la mano è la sua e questo rende tutto molto difficile perché poi la persona sottomessa deve riferire su cosa ha fatto e come ha fatto.
I due partenr possono essere persone che si conoscono via web e usano una video chat.
Oppure due partner che hanno l’abitudine di incontrarsi e praticare ma nelle more degli incontri, il gioco prosegue perché il Dominante dà degli ordini alla persona sottomessa. “mettiti due mollette ai capezzoli e tieni per 10 minuti” –“fai la pipì in un bicchiere e bevi un sorso”- “ esci di casa e vai al lavoro senza mutandine” ecc ecc:
Anche una coppia che vive insieme può fare giochi a distanza per es. quando lui dal lavoro ordina a lei che è a casa di fare una determinata cosa. Anzi meglio se anche lei è al lavoro e quindi deve sommare alla punizione che si deve infliggere anche la difficoltà di fare ciò nel luogo di lavoro.
Il bello di questo gioco è se chi deve autopunirsi dice sempre la verità. Se non ha eseguito o ha eseguito male, lo deve dire e sarà occasione per il Dominante per forti reprimende e alla prima occasione utile per un supplemento di punizione ben motivato.
Gli ordini da eseguire possono arrivare via mail o via sms. Freddi, impersonali. Ordini da seguire e sui quali poi fare una dettagliata relazione al Dominante.
Queste le possibili motivazioni che portano una persona ad autotorturarsi.
Facendo cosa??
La gamma è più che aperta ma le pratiche più usuali sono quelle che tecnicamente sono possibili da fare su se stessi.

Facciamo alcuni esempi ricavati da molte centinaia di testimonianze ricevute..

Le mollette sui capezzoli o le mollette sui genitali (nel maschio attaccandole alla pelle dello scroto, sull’asta e anche sul prepuzio compreso il sensibile filetto. Nella donna sulle grandi e piccole labbra e sul clitoride)
E’ la autotortura più usata perché la più semplice da eseguire.

I pesi. Questi vengono attaccati alle mollette o meglio alle clamps metalliche fatte appositamente per poterci appendere anche dei pesi.

La colatura della cera. Semplice, efficace. Dove? Ovunque ma prediligendo le zone sessuali. Gocce di cera sul glande, gocce di cera sul clitoride sono iniezioni di adrenalina pura.

Aghi. Serve molta determinazione perché non è facile avere la forza per bucarsi la pelle da soli. Dove? In tutte le zone non pericolose cioè quelle molto vascolarizzate. Spesso si sente di schiavi con voglie di trafiggersi le palle oppure l’asta oppure il glande. Follie pure. Ma la pelle dello scroto in un punto senza vene è invece zona pervia.

Il clistere erotico o punitivo. Solo per chi ama i giochi clinical e vede nel clistere non un rimedio per una improvvisa stitichezza, ma un gioco SM. Sono numerose le persone che si autosomministrano un abbondante clistere eccitandosi fortemente e masturbandosi mentre ormai la pancia è piena e gorgogliante.

La auto fustigazione. Pratica piuttosto rara. Anche qui serve una grande determinazione.

Le puntine. Soprattutto quelle a 3 piccole punte che si trovano in cancelleria. Vengono disposte in buon numero su una sedia, sgabello, panca e la persona si siede sopra lasciando che tutto il peso gravi sui glutei. Talvolta vengono disposte sulla superficie di un tavolo e la persona si china a 90 gradi con il busto sopra le puntine. Il peso della parte superiore del corpo deve gravare per intero sulle puntine che vanno a conficcarsi nel petto o nel seno.

Stiramento dei genitali maschili. Molto frequente perché efficace e semplice da farsi. Un nodo scorsoio alla base delle palle e la corda (di giusta dimensione per non tagliare la pelle) termina all’altezza delle ginocchia con un cappio dove, tramite ganci, si appendono dei pesi. Da pochi etti a qualche kilo a seconda della soggettiva robustezza delle palle.

Elettricità tramite mini tens. In campo SM non si usa elettricità se non quella generata da apparecchi a batteria nati per uso SM o gli apparecchi per la ginnastica passiva (minitens).
I due elettrodi vengono posizionati generalmente nell’area genitale. Per l’uomo, uno alla base dell’asta e l’altro sul glande oppure sempre sull’asta. Nella donna gli elettrodi vanno spesso uno all’ingresso della vagina e l’altro sul clitoride oppure sulle grandi labbra, uno per parte.
Efficaci solo quelli che hanno la regolazione di intensità e di frequenza.

Questi sono solo alcuni dei più comuni esercizi di auto tortura, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo con pratiche minori

Rischi connessi all’autotortura.
Ci sono perché l’autotortura porta molte persone ad uno stato di fortissima eccitazione sessuale che abbinata alla quantità di endorfine mandate in circolo può portare ad esagerare con brutte conseguenze sulla incolumità. La mancanza della persona Dominante concretizza l’assenza della figura che decide quando un certo gioco diventa pericoloso. Non suoni strana questa affermazione perchè la figura Dominante per essere degna del nome di Mistress o Master deve mantenere sempre un perfetto equilibrio di giudizio.
Schiave e schiavi, mollate subito chi questo equilibrio non mostra di possederlo.

Totalmente separato dall’autopunizione è l’autolesionismo. Molti giovani e soprattutto ragazze sono dedite ad autoferirsi con bruciature (di sigaretta) , lamette, punte, aghi, forbici fino a fare uscire sangue. E’ una manifestazione del disagio giovanile che si sta estendendo sempre più ( si parla di un 20% di ragazzi che ha avuto pratiche autolesioniste) e di un età di inizio che si sta abbassando verso gli 11 anni. Quasi sempre anoressia e bulimia accompagnano il sofferente percorso di questi giovani.
Queste forme di autolesionismo nulla hanno a che vedere con il mondo SM. Spesso queste persone non hanno neppure conoscenza della scena SM e solo in sporadici casi vi approdano trovando poi in questo gioco, seppure a fatica, un equilibrio inizialmente loro mancante. E purché la persona Dominante sia una persona seria e non mosso da voglia di approfittare di un terreno fertile

Clistere ovvero la “giuliva siringa”

http://www.gabbia.com/boudoir/23/03/2010/il-clistere-ovvero-la-%E2%80%9Cgiuliva-siringa%E2%80%9D/

by Aldo
Il clistere non è solo una pratica sanitaria. Ha una sua valenza erotica che nei secoli scorsi ha portato il clistere ad essere soprannominato “giuliva siringa”. Brevi riferimenti alla letteratura erotica sulla giuliva siringa, alle stampe, quadri ecc.
Il perchè della valenza erotica del clistere. Le 3 distinte fasi di questa pratica: preparazione, somministrazione, evacuazione.
Il clistere può essere una pratica BDSM. Note distintive tra quello erotico e quello punitivo.
Sesso e clistere.

Il clistere è oggi considerato da molte persone essenzialmente una pratica medica, casalinga o ambulatoriale, con evidenti scopi fisiologici. Certamente il clistere è anche questo, e se non se ne abusa è un’abitudine piuttosto salutare: basti pensare alla detossificazione del colon proposta oggidì da rinomati (e costosi) centri di idrocolonterapia .

Il clistere viene dato per via rettale: si vanno dunque innanzitutto a toccare delle zone che, a ragione, vengono considerate erogene, sia per le donne che per gli uomini, e cioè ano, perineo e parte finale del retto. Nei maschietti, perdipiù, c’è anche in loco la ghiandola prostatica che, massaggiata dolcemente dal liquido caldo di un clistere, può produrre stimolazioni sessuali di un certa importanza. E’ sicuramente per questo motivo, cioè a causa di una involontaria/volontaria manipolazione di zone erogene, che la pratica del clistere ha assunto – in special modo nei secoli passati – una valenza di gioco erotico e sensuale. Ne sono testimonianza le numerose raffigurazioni artistiche della pratica della giuliva siringa (così venne infatti leggiadramente denominata), che si trovano in quadri, stampe e persino ceramiche, risalenti agli inizi del secolo scorso. Per non dire della letteratura galeotta di certi racconti licenziosi, godibili ancora oggi, nei quali la giuliva siringa era quasi sempre presente.

Andando ancora più indietro nel tempo, arriviamo al 17° secolo che giustamente viene considerato il “secolo dei clisteri” per l’enorme ed indifferenziata diffusione che tale “rimedio” ebbe in quegli anni: per nobili e popolani la siringona del clistere divenne un’abitudine quotidiana. Nella società parigina, si provava gusto a ricevere anche tre clisteri al giorno: vi provvedevano spesso gli Apotecari, cioè dei farmacisti specializzati che adottavano addirittura la siringa per clisteri quale loro insegna. E’ il mondo di Moliere, nelle cui opere si vedevano spesso vasi in peltro e siringone di ogni specie! Secondo la credenza comune, che poi divenne una moda, la pulitura interna o “lavamento” poteva più di ogni altra cosa preservare la salute. Tra le donne dell’aristocrazia il clistere era poi desiderato in modo particolare quale insostituibile mezzo per ottenere una carnagione più pura e più bianca. La pratica divenne tanto diffusa che non esisteva casa o palazzo senza lo strumento del clistere, e vennero pure scritte canzoni e poesie per celebrare la procedura.

Anche il Divin Marchese De Sade fu testimone e divulgatore della pratica del clistere. Ricordiamo ad esempio la bella Juliette che si eccita con le lavande intestinali praticate nella “Società degli amici del crimine” e che nel suo viaggio in Italia ben volentieri va a far visita al Re di Sardegna allo scopo di ricevere alcuni clisteri che il Sovrano si sarebbe divertito a somministrarle dietro compenso di duemila zecchini.
Ma perché, ieri come oggi, il ricevere o il praticare un clistere può originare delle pulsioni fortemente erotiche, a prescindere dal fatto che, come detto, si vanno comunque a manipolare delle zone erogene? La risposta non può essere univoca, perché le implicazioni mentali-psicologiche possono essere molto diverse da persona a persona. Il mondo infatti è a colori, e così il bagaglio culturale e di sensazioni può variare, ed infatti varia, tra donna e donna, tra uomo e uomo e tra donna e uomo. C’è chi giudica male la pratica del clistere perché troppo impegnativa, o troppo legata ad elementi scatologici. C’è chi invece vi trova la quintessenza dell’eccitazione in un gioco multiforme, a tratti ambiguo, di voglio/non voglio per chi riceve e di castigo/amore per chi lo pratica. Nel mezzo, tra i due estremi, la variegata graduatoria di una miriade di personali interpretazioni della giuliva pratica del clistere, o enteroclisma che dir si voglia.
E siccome in questo sito si parla di BDSM, ecco un altro interessante quesito: il clistere è una pratica SM?

A mio avviso non lo è necessariamente, ma può ben esserlo. Non nasce, il clistere, come pratica sadomaso, a differenza ad esempio della sculacciata (a cui è spesso accostato), che è un castigo per definizione. Il clistere è una pratica sanitaria, può essere un diversivo erotico dolce ed addirittura romantico e “può diventare” una punizione. Se chi lo riceve lo considera un atto umiliante e di sottomissione, il clistere è una punizione. Se chi lo sta praticando lo vede come una forma di dominio e di possesso, il clistere è una punizione. Ci sono ovviamente anche altri parametri di valutazione per dire che un clistere è punitivo (il suo volume, il liquido usato, la sua temperatura, il diametro della cannula, l’eventuale presenza di estranei …), ma rimane fondamentale l’approccio psicologico all’atto di praticare – in questo caso infliggere – e ricevere – in questo caso subire – un clistere.
In ambito SM entrambi gli attori, cioè sia chi domina sia colui/colei che subisce, “sentono” forte il quoziente di umiliazione indubbiamente insito nella pratica. Prima ancora di un inevitabile “fastidio” e poi di un certo dolore fisico, sono la vergogna ed il senso di sottomissione le cifre distintive di una punizione data mediante la somministrazione di un clistere.

Allora ci possono essere molteplici varianti durante le diverse fasi dell’operazione: dalla promessa/minaccia preventiva di una grossa purga mediante un buon clisma, alla presenza di terze persone che osservano e giudicano la punizione, alla presenza di specchi, all’abbinamento con sculacciate ed umiliazioni verbali, al tempo di ritenzione del liquido, alla circostanza che l’inevitabile evacuazione finale può anche non essere un fatto privato …
Dunque il clistere SM è probabilmente quanto più distante possa esistere da una pratica cruenta e/o estrema. Non è il dolore fisico che conta (in questo pratica decisamente sopportabile), ma TUTTO il resto, e cioè:
- la fase preparatoria, tutta impostata sul gioco psicologico sia che si tratti di un clistere erotico (ricerca di una giusta posizione, toccare, lubrificare ed allargare il buchino…), sia si tratti di una procedura punitiva (enfatizzazione su ciò che avverrà, legatura del/la paziente, insistenze verbali sull’aspetto scabroso della pratica al fine di aumentare l’umiliazione ecc. ecc.);
-la fase di somministrazione, che inizia con l’introduzione della cannula che può essere anche di buone dimensioni e prosegue con quella che può ben essere definita una lunga, ed inesorabile, sodomizzazione liquida;
- la fase finale evacuatoria che, come detto, può avvenire in privato ovvero in pubblico, tenendo comunque presente che non si parla qui di una pratica scat o shit che dir si voglia. Il giocare con le feci non ha nulla a che fare con il clistere o giuliva siringa. L’evacuazione eventualmente pubblica ha scopi puramente di umiliazione e di vergogna per la parte passiva. Si usa dire che questa terza fase è “eventuale” non perchè chi subisce si tenga nella pancia l’acqua ma perchè l’evacuazione spesso non rientra nello svolgimento del gioco.

Per quanto riguarda il sesso abbinato alla giuliva siringa, beh, ognuno può farlo come più gli aggrada: nel clistere erotico “durante”, ma non necessariamente. Si può fare “dopo”, si può fare “prima” pregustando ciò che avverrà. Nel clistere punitivo si può imporre la masturbazione a chi lo subisce oppure, al contrario, la masturbazione (maschile o femminile) può rimanere assoluta prerogativa riservata a chi osserva la punizione o a chi il clistere lo pratica.
Sono in preparazione vari approfondimenti sull’argomento, sia sotto il profilo culturale (cenni storici, iconografia e letteratura), sia sotto l’aspetto tecnico (cannule, liquidi, posizioni, attrezzatura, accorgimenti e sicurezza), che andranno prossimamente nelle altre sezioni del Boudoir. (Sezione “Boudoir Filosofia” e soprattutto “Dungeon”)



Punizione

Claudio Ajmone

Dalla rivista Psicologia e Scuola
numero 15, Giugno-Luglio 1983, Giunti Barbèra ed.

La punizione è un processo atto ad indebolire o sopprimere un comportamento. Gli elementi costitutivi di questo processo sono:

1) Uno stimolo o evento punitivo.

2) Un comportamento.

Questi elementi sono legati da una precisa sequenza temporale così schematizzabile:

FASE 1: inizio e termine del comportamento che verrà punito

FASE 2: inizio contingente e termine dello stimolo o evento punitivo

Le due fasi sono contigue ma non si sovrappongono. Qualora ci sia sovrapposizione, il paradigma non è più quello della punizione, ma di controcondizionamento. Le due fasi sono separate da un lasso brevissimo di tempo.

Natura dello stimolo o evento punitivo



Per quanto possa sembrare strano uno stimolo è da considerarsi punitivo non in virtù del fatto che è intrinsecamente aversivo (spiacevole), ma solo se riduce la frequenza di un comportamento. Sono numerosi i casi in cui uno stimolo generalmente ritenuto spiacevole non riduce la frequenza di un comportamento, e uno stimolo generalmente appetitivo (piacevole) può invece ridurla. Attenendosi a quanto detto sopra, il processo punitivo lo si può definire come segue: «Qualsiasi stimolo e evento che segue immediatamente un comportamento e che ne riduce la futura probabilità di comparsa è punitivo».


Natura del comportamento



Finora ho parlato di comportamento, e non di comportamento inadeguato, scorretto, ecc.; ciò per due motivi:

1) da un punto di vista tecnico la punizione si può attuare su qualsiasi comportamento;

2) definire un comportamento come inadeguato significa fare non una operazione scientifica ma un’analisi socio culturale.
È ancora molto diffusa la consuetudine di parlare della punizione esplicitando la natura aversiva dello stimolo o evento nonché la inadeguatezza del comportamento punito. In questa accezione la punizione è definibile attraverso due modalità:

A) Somministrazione di uno stimolo aversivo contingentemente ad un comportamento inadeguato. (Es.: Il bambino dice una parolaccia e la mamma lo rimprovera).

B) Sottrazione di rinforzatori (cose o eventi piacevoli) contingentemente alla emissione di un comportamento inadeguato. (Es.: L’alunno fa il buffone durante la spiegazione e la maestra lo informa che non farà l’intervallo).

Le strategie punitive di tipo A non prendono generalmente nomi specifici. Quelle di tipo B assumono nomi specifici quali time-out, costo della risposta, estinzione, ecc. L’accordo fra gli studiosi in merito all’uso di queste etichette non è umanime.


Eifficacia della punizione



La punizione è efficace se si verificano almeno tre condizioni:
1) è molto intensa,

2) è data immediatamente,

3) è data sempre.

Come si può intuire, sono condizioni difficilmente attuabili fuori dal laboratorio di psicologia. Motivi morali e ideologici ne impedirebbero comunque l’attuazione. Potrebbero inoltre insorgere spiacevoli effetti collaterali, quali aggressività, depressione, fobie, depauperamento nei rapporti interpersonali, attitudine alla bugia, ecc.

Qualora la punizione venga somministrata non rispettando rigorosamente le tre condizioni citate l’effetto sarà il seguente:

1) il comportamento indesiderato sarà soppresso solo temporaneamente; ciò significa che si dovrà punire ad intermittenza ed in continuazione; ci sarà

2) assuefazione alla punizione; ciò significa che dovremo punire sempre più intensamente.

In sintesi, si può dire che la punizione è una strategia sconsigliabile per risolvere i problemi, specialmente quella di tipo A. La punizione di tipo B, quando non è troppo intensa, può essere utilizzata in campo educativo purché accanto alla punizione si attuino strategie non punitive atte a dare al soggetto la capacità e abilità di emettere comportamenti alternativi a quello punito.


Storia-del-kinbaku/le-punizioni-la-vergogna-e-il-potere

http://scuoladibondage.it/index.php/storia-del-kinbaku/le-punizioni-la-vergogna-e-il-potere

Un altro importante aspetto che ha contribuito alla definizione del kinbaku moderno è il modo in cui i criminali venivano puniti durante il medioevo giapponese.

Il Giappone ha ereditato molte delle sue tradizioni più antiche dalla Cina, incluse le modalità di esecuzione della giustizia e così nei suoi periodi più antichi e brutali (specialmente durante il Sengoku o “Periodo degli Stati combattenti”) vi erano pratiche come le esecuzioni pubbliche, il tatuaggio dei criminali o altre forme di deturpazione, lo scuoiamento, la lapidazione, il dismembramento e così via. Questa pratiche venivano messe in atto da qualunque signore o clan fosse al potere in una determinata area. Lo scopo di queste punizioni pubbliche era di dimostrare l'assoluta del potere sulle persone e di utilizzare i condannati come esempio per dissuadere altri dal commettere simili atti. In questo vediamo un altro importante aspetto tipico del carattere giapponese, ovvero il concetto di vergogna.



A differenza delle culture occidentali dove il senso di colpa personale per una trasgressione contro Dio e l'uomo è stato enfatizzato, in Giappone è sempre stato fondamentale il rapporto onorevole del singolo verso il gruppo. In altre parole quello occidentale e una cultura basata sulla colpa e quindi intima e personale, mentre quella giapponese è basato sulla vergogna, che prevede la presenza di un “gruppo”.

Fu durante il periodo Edo furono redatti i primi codici che regolavano le punizioni. Nel 1742 i cosiddetti "100 articoli" (Kujikata Osadamegaki) divennero la fonte principale a cui gli ufficiali attingevano per determinare le punizioni. Molti trattamenti inumani delle epoche precedenti furono banditi, ma l'elenco di crimini e relative punizioni era comunque estremamente lungo e cruento. Si andava della crocifissione all'esecuzione con la spada (che per i samurai poteva essere commutata nel molto più onorevole seppuku o suicidio rituale), fino a punizioni minori come la schiavitù, il bando, la confisca dei beni, la fustigazione pubblica anche associata all'esposizione pubblica mentre si era legati e l’irezumi, ovvero il tatuaggio che indicava il crimine commesso. Da notare come il tatuaggio dei criminali ebbe a sua volta, come conseguenza, lo svilupparsi della pratica da parte dei criminali di mimetizzare successivamente il tatuaggio con disegni più grandi ed articolati, dando origine alla leggendaria arte dei tatuaggi giapponesi. Questo è un ulteriore esempio di come un'arte è un'estetica tipicamente giapponese, sia stata ispirata da una fonte assolutamente sorprendente e inaspettata.

(consiglio anche la visione/lettura delle tavole illustrate nel Libro illustrato sugli affari penali del periodo Tokugawa

I malviventi quindi venivano prima legati e portati in processione, spesso passando nelle zone più affollate della capitale Edo, in modo che il più alto numero di persone potesse esserne testimone, fino ad arrivare sul luogo dell'esecuzione, anch'esso pubblico. Come se ciò non bastasse, dopo l'esecuzione, la testa mozzata del condannato veniva esposta al pubblico in uno dei luoghi dedicati a questo macabro rituale e che erano situati lungo le principali vie di accesso alla città. Era quindi impossibile per i cittadini comuni sottrarsi alla vista delle funzioni ufficiali nella loro vita quotidiana. Non c’è da meravigliarsi che lo spettacolo drammatico delle legature e della punizione sia diventato una parte importante della letteratura e dell’arte giapponese.



La tortura è stata utilizzata in Giappone, come nel resto del mondo, anche per estorcere confessioni agli imputati con la differenza che qui le imputazioni non venivano formulate se non dopo aver ottenuto una confessione scritta e firmata dall’imputato stesso. Ancora oggi nel sistema giudiziario giapponese i procuratori formulano le accuse dopo aver ottenuto una confessione firmata.

Durante il periodo Edo esistevano quattro livelli di tortura considerati legali: la fustigazione, lo schiacciamento con le pietre, la legatura detta del “gambero” (ebi-zeme) e le sospensioni (tsuri-zeme). La fustigazione è facilmente intuibile in cosa consistesse e veniva attuata facendo inginocchiare l’imputato e legandone le braccia, mentre più complesso è capire come venissero messe in pratica le altre forme di tortura. Lo schiacciamento con le pietre consisteva nel far inginocchiare l'imputato, con le mani legate dietro la schiena, su una superficie corrugata e apponendo delle pesanti lastre di pietra sulle sue cosce. La legatura Ebi consisteva nel legare le mani dell’imputato dietro la schiena, farlo sedere a gambe incrociate e legando le caviglie tra di loro ed infine legare in modo molto stretto le spalle e il torace alle caviglie. Le sospensioni consistevano nel legare le braccia dietro la schiena e sollevare il malcapitato dai polsi, un metodo molto simile a quelli utilizzati anche in Europa in età medievale.

Si può immaginare facilmente come queste pratiche avessero un livello di crudeltà sempre maggiore e come venissero eseguite in sequenza nel caso l'una non riuscisse ad ottenere la confessione sperata. Queste pratiche venivano condotte con dei limiti precisi per non provocare danni permanenti o la morte dell'imputato, ma va notato come nella stragrande maggioranza dei casi non fosse necessario superare il secondo livello di intensità, seppure vi siano stati casi in cui le torture siano state portate avanti addirittura per anni senza sortire alcun effetto, se non quello di far percepire agli stessi ufficiali che i metodi cruenti come l’ebi-zeme o lo tsuri-zeme funzionavano meglio come armi psicologiche durante gli interrogatori, che come effettivi strumenti per estorcere le confessioni.

Alle prostitute non toccava spesso sorte migliore. Le infrazioni nei confronti dei loro padroni venivano punite in modo severo e che servisse da esempio per tutte le altre. Una pratica tipica per punire chi avesse tentato la fuga era quella di lasciarla legata alla vista di tutti davanti alla loro casa, mentre per altre infrazioni erano previste punizioni come la privazione del cibo, di umiliazioni, le percosse e le sospensioni. Un'altra tortura che includeva l'uso di corde consisteva nel legare le malcapitate e poi bagnando le corde con, facendo sì che si restringessero asciugandosi, provocando ulteriori tormenti.

Queste torture, sebbene oggi ci possano sembrare quasi primitive furono talvolta utilizzate anche durante la seconda guerra mondiale per estorcere informazioni ai prigionieri. Quando l'uso della tortura fu proibito nel 1879 dal governo Meiji, secoli di brutalità videro improvvisamente la fine, pur lasciando un segno profondo nella memoria, nella consapevolezza e nella "sfera dell'immaginazione" di un intero popolo. Ed è proprio in questa trasformazione da pratica storicamente brutale a moderna arte e spettacolo erotico.

Tutte le informazioni storiche sulle origini del Kinbaku sono prese dall'eccellente libro di Master K "The Beauty of Kinbaku". Per approfondire questi temi vi consigliamo vivamente di acquistare il libro direttamente dal sito dell'autore http://www.thebeautyofkinbaku.com/
Le immagini sono di mero supporto al testo e sono prese da internet.



mercoledì 5 giugno 2013

Figging: l’uso nascosto (e anale) dello zenzero

http://www.cooletto.com/figging-pratica-erotica-anale-zenzero/

Vi avevamo parlato solo qualche settimana fa dello zenzero, una radice molto speziata usata in cucina e molto amata in Kenya dove attualmente risulta essere l’afrodisiaco naturale da tutti gli uomini kenioti. Lo zenzero però non è per forza sufficiente mangiarlo per poter avere qualche giovamento in campo sessuale, e chi pratica il figging lo sa bene.

Il figging prende spunto da una pratica molto comune in campo ippico dove un tempo si usava inserire un tocchetto di zenzero nell’ano del cavallo per indurlo a muoversi velocemente e provare così la giovinezza del cavallo; una pratica molto comune che con il tempo ha conquistato tutti gli amanti del BDSM che, armati della radice, amano stimolare il partner nello stesso identico modo.

Il figging, originariamente conosciuto come “feaguing”, è molto amato dalle coppie omosessuali ed eterosessuali che usano la radice per stimolare l’ano e la zona intima del partner. Prima di usare lo zenzero è necessario sbucciare la radice e lasciare scoperta la parte più morbida e succosa, questa dovrà poi essere affilata e tagliata accuratamente lasciando che il frutto sia appuntito e assottigliato. I partner potranno ora usare la radice: uno dei due sceglierà se inserirla nell’ano o nella vagina; entrambe le stimolazioni producono nella zona anale e vaginale una forte sensazione di bruciore e dolore che eccita entrambi i partner. I figging è sicuramente apprezzato dagli amanti del sesso anale ma può essere anche provato dalle coppie eterosessuali o lesbo: la radice può essere sbucciata e passata sulla vagina per regalare sensazioni forti e brividi anche sulle labbra e sul clitoride. Il senso di bruciore può essere affievolito con dell’acqua fredda, il fiato dell’altro partner o un po’ di ghiaccio.

Pratica stravagante? Certo, anche se era sicuramente una degli atti erotici preferiti nell’età vittoriana quando un frustino di corda e lo zenzero erano l’accoppiata perfetta dagli amanti del BDSM.


lunedì 3 giugno 2013

Sadomaso: chi lo pratica non è «strano» Anzi, è più «sano» degli altri

http://www.corriere.it/scienze/13_giugno_03/sadomaso-praticanti-sanita-mentale_8c27c3c2-cbbb-11e2-8266-15b8d315b976.shtml

UNO STUDIO PUBBLICATO SU JOURNAL OF SEXUAL MEDICINE

Chi pratica Bdsm è più equilibrato secondo uno studio olandese


Uno studio scientifico tra bondage e sadomaso (Afp)
Ti piace «farlo strano»? Buon per te: sei più sano di mente degli altri. Secondo uno studio pubblicato su The Journal of Sexual Medicine, chi si dedica a pratiche sessuali «particolari», come bondage e sadomaso, potrebbe essere in realtà più equilibrato degli altri. Per entrare un po’ nell’argomento: con l’acronimo Bdsm vengono indicate pratiche relazionali e sessuali che uniscono bondage e disciplina (B&D) con sadismo e masochismo (S&M). Non si tratta però di mere azioni fisiche. Quella Bdsm è una vera e propria cultura, che parte dalla consensualità per muoversi tra utilizzo della safe word (la parola di sicurezza che mette fine ai giochi di ruolo), feticisti, amanti delle manette e via dicendo.
BDSM - Nella più recente edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (la guida di riferimento, a livello mondiale, per medici, psichiatri e psicologi), il Bdsm non è un disturbo, bensì una «fissazione sessuale insolita». I risultati pubblicati da Andreas Wismeijer e Marcel van Assen, ricercatori presso l’Università di Tilburg, in Olanda, partivano dal desiderio di confrontare i punteggi ottenuti in un'ampia varietà di test psicologici da persone Bdsm e persone «normali».

RICERCA - La ricerca ha visto i due scienziati esaminare 902 Bdsm e 434 non-Bdsm, ai quali è stato chiesto di compilare questionari che comprendevano domande sulla loro personalità, la capacità di gestire il rifiuto, lo stile di attaccamento nelle relazioni e il loro benessere in generale. Nessuno dei partecipanti era informato sullo scopo della ricerca. Il risultato è stato sorprendente. I punteggi più alti sono stati registrati da chi, nel Bdsm, gioca il ruolo di dominante. Il secondo posto è stato guadagnato dagli switch (coloro che si alternano nei ruoli di master e servant); il terzo dai sottomessi. Tutti i «normali» – che la cultura Bdsm chiama «vanilla» per indicare l’ovvietà del «sapore», e quindi la mancanza di «carattere» – hanno raggiunto punteggi più bassi.

MENO NEVROTICI - Secondo lo studio, gli amanti del Bdsm si sono dimostrati più estroversi, più aperti a nuove esperienze, più coscienti di sé e meno nevrotici. Hanno dimostrato una minore sensibilità al rifiuto altrui – parametro che misura quando un individuo è paranoico rispetto all’idea di non piacere agli altri – e sono risultati essere più sicuri e sereni nelle loro relazioni personali. I ricercatori ritengono che il segreto dei Bdsm potrebbe consistere nella loro maggiore consapevolezza dei propri bisogni e desideri sessuali: una situazione che diminuisce la frustrazione nelle relazioni fisiche ed emotive.

Elisabetta Curzel

domenica 2 giugno 2013

A Dangerous Method - Trailer Italiano (2011)



Parte I: La "cura delle parole"
In una carrozza che attraversa una luminosa giornata svizzera c'è una giovane donna sottile e furibonda che viene condotta a forza verso la clinica Burghölzli di Zurigo, che in questo 1904 è luogo d'eccellenza per la cura delle malattie psichiatriche.

La ragazza neanche ventenne, Sabina Spielrein, ebrea russa, trova qui la dedizione del dottor Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), che su questa paziente gravemente isterica sperimenta per la prima volta quella "cura delle parole" che ha reso Sigmund Freud uomo celebre in Europa.

Queste sono le scene iniziali del film "A Dangerous Method" (2011) del regista David Cronenberg, e se rifarsi a "un metodo pericoloso" come scelta di titolo è idea significativa anche se non brillante [ripresa in realtà dal libro di John Kerr "Un metodo molto pericoloso" (1993) che tanto ha ispirato e guidato questa fatica cinematografica],
in passato Cronenberg è stato regista geniale nel suo interpretare e proporre il lato oscuro della mente.


In questa nuova pellicola colpisce il suo realismo, un realismo attento ai particolari, siano essi oggetti o citazioni di carteggi tra i personaggi. Tra questi spicca nettamente lei, Sabina.
Donna in passato misconosciuta e oggi studiata e scoperta non solo perché fattore sia collante che disgregante del rapporto Freud-Jung, ma soprattutto perché si sa ormai che della Psicoanalisi non è stata solo musa, ma anche pioniera.
E a interpretarla nel lungometraggio (oltre ad altri lavori artistici, nel 2002 la Spielrein venne ritratta in Italia in "Prendimi l'anima", per la regia di Roberto Faenza) è una strepitosa Keira Knightley, che con quel suo viso incredibilmente mobile, in passato visto poco adatto per l'Elizabeth Bennet di "Orgoglio e Pregiudizio", è perfetta nel riprodurre la mimica intensa ed estenuata dell'isteria.

Ed è da questa Sabina, magrissima e infelice, che si dipana di fronte a noi questo triangolo relazionale nel quale una donna influenza i due uomini che hanno definito la "cura delle parole".
Vediamo questa graziosa Sabina che nel ricovero a Burghölzli tenta di recuperare un suo equilibrio, affiancata dagli scambi pressoché quotidiani col dottor Jung: gli parla di lei, del suo rapporto conflittuale col padre. In questi incontri si discute anche di altro, come del desiderio di Sabina di divenire medico.

Con l'aiuto di Jung Sabina riesce ad affrontare le proprie emozioni, ad ammettere la sua attività masturbatoria e la sua eccitazione di fronte alle umiliazioni, sensazioni che la fanno sentire indegna. Ed è così intellettualmente stimolante Sabina, che Jung si avvale della sua presenza durante i suoi esperimenti sulle associazioni di parole, nei quali partecipa anche la moglie del dottore, Emma (Sarah Gadon), figura che nel film ci appare sempre come deliziosa, posata ed eccessivamente accomodante, mentre partorisce figli nella speranza di avere da questo suo marito la giusta attenzione, e in questa sua parvenza stereotipata è quasi l'alter ego dell'ombrosa Spielrein.

Parte II: Il Re, il Principe e... Sabina
Sabina, migliorando la propria stabilità emotiva, riesce a iscriversi all'università,
alla facoltà di Medicina. Nel contempo, assistiamo sullo schermo a Jung che a Vienna si presenta all'eminente Freud, che qui ha il volto quasi irriconoscibile dell'attore Viggo Mortensen: la prima "chiacchierata" tra i due, nell'intimo ambiente dello studio freudiano, si protrae per tredici ore.

Questo primo scambio getterà le basi di un fecondo rapporto di stima e affetto che durerà diversi anni prima della disillusione e della frattura finale, di fronte a differenze
sia caratteriali che di forma mentis clinica nell'applicazione del pericoloso metodo.
E se ci viene mostrato come il rapporto di Jung-Freud abbia connotazioni di legame padre-figlio, il Dottore svizzero ha invece con la sua paziente un rapporto che si fa sempre più paritario.

E poi ecco apparire sulla scena, interpretato da Vincent Cassel, il mentalmente disturbato Psicoanalista Otto Gross, che come paziente e collega di Jung diventa portatore di un motto rivoluzionario per lo stesso Jung.
«Il nostro lavoro è rendere i nostri pazienti liberi» sentenzia Gross, ed egli stesso ne è così convinto da non farsi scrupolo a prendersi come amanti le proprie pazienti.

Questo incontro è per Jung l'occasione per indagare un proprio lato nascosto che diventa spinta: è questa forza di propulsione che lo spinge ad abbassare le difese e a intraprendere una relazione con Sabina.

Sfumano i confini dell'etica, eppure in questo connubio dannoso un'inquadratura ci svela l'intensità e probabilmente la forza creativa che ha il loro scambio: li vediamo filmati abilmente dall'alto mentre sono abbracciati sulla barca dalla vela rossa che la moglie di Jung gli ha donato. In questo abbraccio si lasciano cullare dalle acque del lago che, potremmo dire, diviene egli stesso simbolo del territorio ignoto in cui si sono addentrati.

Sabina non rappresenta per Jung la sicurezza, anzi, è l'esatto contrario della quiete che trova nella moglie: «Con me io voglio che tu sia feroce, che tu mi punisca» gli confiderà la Spielrein, in questo desiderio in cui i due si fanno esploratori di se stessi, questo desiderio cui si arrendono.

Quando una lettera anonima (è palese nel film che la mittente sia la signora Jung) arriva nelle mani della famiglia Spielrein si rischia un notevole scandalo. Jung non esita a questo punto a prendere le distanze dalla sua paziente-amante che, di fronte a questo allontanamento, in una scena particolarmente intensa reagisce ferendo l'uomo con un tagliacarte.

Inizia uno scambio di missive nel quale Jung non è sincero con Freud circa il suo coinvolgimento con Sabina. L'analista svizzero finirà poi per cedere, di fronte alle richieste quasi ricattatorie della Spielrein, e ammetterà la verità al proprio mentore, che non esita a scrivere alla donna ammirato dal contegno che questa ha saputo mantenere.
Siamo nel periodo in cui Jung è per Freud il "principe ereditario", ma di certo non resta indifferente al valore della Spielrein, decisa a sua volta a diventare Psicoanalista.

Parte III: Alla ricerca dell'essenza dell'uomo
Il viaggio che a questo punto della pellicola Freud, Jung e lo Psicoanalista Sándor Ferenczi (Arndt Schwering-Sohnrey) intraprendono per l'America per portare "il loro verbo" sembra essere la separazione definitiva tra Jung e Sabina.
In realtà nel 1910 la coppia si ritrova per lavorare alla tesi della donna e, per un breve istante, la loro relazione riprende.

È in questa fase che lui le confida: «Eri tu il gioiello prezioso», e quando alla fine lei comprende la necessità di prendere le distanze da Zurigo (ossia dall'amato), Jung ammette la propria viltà nel non trattenerla, e nel pianto dell'uomo si definisce il loro dividersi: «Andrò dovunque per sentirmi libera» è la coraggiosa decisione di Sabina.

Nel frattempo si consuma definitivamente anche il rapporto tra Jung e Freud, ormai sfociato in un conflitto che ricalca il conflitto di un figlio che reclama al genitore la propria strada. Tanto è vero che assistiamo, durante una riunione di Psicoanalisti, a un discorso sul faraone Amenhotep IV (su cui Jung ha scritto un saggio), discorso che accende i toni tra Freud e Jung e ripropone in realtà fra le righe proprio uno scontro padre-figlio che si confrontano su concezioni radicalmente diverse: lo scambio tra i due si fa talmente pungente che Freud viene colto da un malore e viene soccorso dal giovane collega.

Poco dopo si recidono le comunicazioni tra i due, e se Freud apprezzerà sempre più le doti di Sabina, la fine dell'amicizia con Freud è per Jung un fattore che precipita ulteriormente le sue condizioni psicologiche: è il tracollo emotivo che affliggerà a lungo il fondatore della Psicologia Analitica.

Di fronte a ciò è la stessa signora Jung a chiedere aiuto a Sabina, ormai sposata con un medico russo, ormai incinta e ormai decisa a specializzarsi in psicologia infantile.
Per cui ecco l'incontro tra il medico e la paziente, tra l'uomo e l'amante e tra due colleghi: lui è palesemente depresso mentre contempla il paesaggio lacustre, e si confida con Sabina, seduti su di una panchina; in questa giornata luminosa (come quella in cui lei era stata internata), lui le racconta di un suo sogno - lui, uomo quasi sensitivo.
Nel sogno, il mare invadeva il continente tutto, e la sua superficie si colmava di cadaveri e si faceva sangue, "il sangue dell'Europa": qualcosa che accadrà presto, il conflitto mondiale.

Su questa panchina, non si discute solo il destino dell'umanità, ma anche dell'uomo che egli è: le parla di "territori inesplorati" e del bisogno di condurre il paziente "in un viaggio" destinato a fargli incontrare "la persona che voleva essere".
E in questo idealismo che non riesce ancora a realizzare si esprime la sua immane tristezza. Le racconta della sua nuova amante (si tratta di Toni Wolff, anche lei prima paziente di Jung e poi Psicoanalista), eppure le sussurra: «L'amore per te mi ha fatto capire chi sono», una dichiarazione davvero importante, per un uomo che dell'uomo cerca l'essenza.

Sabina come simbolo e come protagonista della Psicoanalisi
Questa dunque la pellicola che attualmente merita di essere vista al cinema, col suo essere piuttosto corretta nel dato biografico, col suo rendere fruibile il concetto di Psicoanalisi al grande pubblico senza svilirne l'essenza; ed è soprattutto, pur con qualche licenze poetica, un film che ci delinea queste figure fondamentali del movimento psicoanalitico.

Nel film è palese la perplessità di Jung di fronte al "pragmatismo" del Maestro, che non concepisce gli interessi spirituali e parapsicologici dell'altro, il suo amore per il sondare quella che oggi si definisce talvolta la "mente estesa".

Altrettanto chiara è la junghiana contrarietà verso l'interpretare ogni cosa sotto l'egida della pulsione sessuale, avendo egli una visione più composita e filosofica dell'uomo;
si comprende qui come i due siano nettamente diversi, non uno allievo dell'altro, ma - da subito - uno estimatore dell'altro, ma già con una propria visione in divenire.

Se Jung, convinto dagli scritti di Freud, aveva iniziato con lui una corrispondenza che
li aveva poi portati alla nascita del loro complesso rapporto, il momentaneo credere
da parte del più anziano che l'altro sia l'erede non può celare in alcun modo le differenze enormi che li contraddistinguono, che dividono Freud da colui che teorizzerà
"L'inconscio collettivo".

Seppur le fondamentali diatribe tra i due uomini sull'inconscio vengono solo sfiorate,
in "A Dangerous Method" viene bene espressa l'insanabilità di questa frattura affettiva e teorica.

Eppure la chiave di volta è lei, Sabina, congiunzione dei due e poi semplicemente se stessa. Donna che finalmente ha un suo riconoscimento e diviene simbolo di questa triade in cui lei - la più irrequieta - pare essere l'unica a riemergere, a proseguire per la propria strada, lasciando dietro di sé uno Jung prostrato e un Freud coriaceo.

Lei, la più sconosciuta, è colei che dà spunti fondamentali a entrambi.
Senza entrare nel particolare storico del suo rapporto con Jung - che si sa essere andato ben al di là dei confini etici - l'incontro tra i due è fondamentale.

Nella pellicola Sabina chiede a Jung, perplesso per l'intraprendenza di lei che ammette l'attrazione che sente verso il medico: «Non c'è qualcosa di maschile dentro ogni donna
e qualcosa di femminile dentro ogni uomo?».

Al di là di Animus e Anima, chissà quanto troviamo di Sabina negli archetipi e nelle visioni junghiane, quanto troviamo di lei e di ciò che la loro relazione ha insegnato a Jung, soprattutto rispetto a un tema complesso come il controtransfert.

Ancora più netto e incontestabile è il suo ruolo nelle teorizzazioni freudiane, senza che il suo contributo venga adeguatamente riconosciuto.

Nel film, la Spielrein sostiene che la repressione del sesso avviene perché la sessualità è fusione, e dunque l'Ego, per sua sopravvivenza, tenta di resistervi. Ma la sessualità è anche creativa, perché da due si crea una nuova entità, così come i tre personaggi si fondono e da essi emerge una disciplina che ha fatto storia, emerge dal loro ferirsi, dal loro unirsi e disintegrarsi.

«Solo il medico ferito può guarire», asserisce proprio Jung contemplando le acque del lago, e Sabina è stata ferita prima ancora di essere medico.

Nella realtà, sappiamo che lo scritto di Sabina, "La distruzione come causa della nascita", è denso di un significato innovativo che non può non venire rielaborato; la "pulsione di morte" trova in questa donna una scopritrice intuitiva, ben ritratta in questa pellicola, che ci parla di quell'interagire di Eros e Thanatos che lei ha conosciuto su di sé in primis.

Nella realtà, sappiamo anche del suo ritorno in Russia, del "suo" Asilo Bianco, in cui stimolerà il potenziale creativo dei bambini.
Sappiamo del suo impegno nella Psicoanalisi e sappiamo purtroppo anche della sua tragica morte, assieme alle figlie e ad altri innocenti, in una sinagoga di Rostov, nel 1942, per mano dei nazisti.

Oltre i confini europei: La "peste" psicoanalitica sbarca in America
Jung, con i suoi sofferti percorsi interiori; Freud, che qui appare ancorato alla propria autorità; e Sabina, donna in divenire, sono rappresentati in questa Belle Époque, a strapiombo sul baratro del conflitto bellico, come immagine di un'epoca, del suo ribollire intellettuale, del suo andare incontro alla distruzione per poi comporsi e ricomporsi.
Ognuno, nella fatica di Cronenberg, svela le fragilità e le insicurezze dell'altro e ripropone gli articolati moti interiori dell'animo umano.

E peccato che nella finzione e nella storia effettiva manchi questa figura di donna,
sulla nave che porta Freud, Jung e Ferenczi verso l'America. E proprio all'ingresso del porto di New York sentiamo Freud chiedere agli altri ironicamente:
«Secondo voi lo sanno che stiamo arrivando a portar loro la peste?».

Tre europei che con le loro idee vanno a portare nel Nuovo Mondo qualcosa di epidemico, che potrebbe attecchire e propagarsi: la Psicoanalisi.
E, infatti, così è stato.

Possibili utilizzi per la professione
Un film come "A Dangerous Method" non può passare inosservato allo sguardo della nostra professione. Non si tratta di essere appassionati di cinema, ma semplicemente di essere appassionati del nostro ruolo.

E, al di là di questo, si tratta di una pellicola che approfondisce la storia della nascita di due importanti filoni nel nostro settore: un "ripasso" storico, se volete, e la scoperta di una figura femminile dimenticata, che può stimolare la ricerca di ulteriore sapere.

"A Dangerous Method" consente di umanizzare due figure - Freud e Jung - ormai nel mito, e ci aiuta a porci interrogativi circa noi stessi, l'origine e le dinamiche dei nostri punti di vista, accettando anche le inevitabili incertezze che talvolta - quasi con vergogna - ammettiamo solo a noi stessi.
E non è poco.

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