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domenica 2 giugno 2013

A Dangerous Method - Trailer Italiano (2011)



Parte I: La "cura delle parole"
In una carrozza che attraversa una luminosa giornata svizzera c'è una giovane donna sottile e furibonda che viene condotta a forza verso la clinica Burghölzli di Zurigo, che in questo 1904 è luogo d'eccellenza per la cura delle malattie psichiatriche.

La ragazza neanche ventenne, Sabina Spielrein, ebrea russa, trova qui la dedizione del dottor Carl Gustav Jung (Michael Fassbender), che su questa paziente gravemente isterica sperimenta per la prima volta quella "cura delle parole" che ha reso Sigmund Freud uomo celebre in Europa.

Queste sono le scene iniziali del film "A Dangerous Method" (2011) del regista David Cronenberg, e se rifarsi a "un metodo pericoloso" come scelta di titolo è idea significativa anche se non brillante [ripresa in realtà dal libro di John Kerr "Un metodo molto pericoloso" (1993) che tanto ha ispirato e guidato questa fatica cinematografica],
in passato Cronenberg è stato regista geniale nel suo interpretare e proporre il lato oscuro della mente.


In questa nuova pellicola colpisce il suo realismo, un realismo attento ai particolari, siano essi oggetti o citazioni di carteggi tra i personaggi. Tra questi spicca nettamente lei, Sabina.
Donna in passato misconosciuta e oggi studiata e scoperta non solo perché fattore sia collante che disgregante del rapporto Freud-Jung, ma soprattutto perché si sa ormai che della Psicoanalisi non è stata solo musa, ma anche pioniera.
E a interpretarla nel lungometraggio (oltre ad altri lavori artistici, nel 2002 la Spielrein venne ritratta in Italia in "Prendimi l'anima", per la regia di Roberto Faenza) è una strepitosa Keira Knightley, che con quel suo viso incredibilmente mobile, in passato visto poco adatto per l'Elizabeth Bennet di "Orgoglio e Pregiudizio", è perfetta nel riprodurre la mimica intensa ed estenuata dell'isteria.

Ed è da questa Sabina, magrissima e infelice, che si dipana di fronte a noi questo triangolo relazionale nel quale una donna influenza i due uomini che hanno definito la "cura delle parole".
Vediamo questa graziosa Sabina che nel ricovero a Burghölzli tenta di recuperare un suo equilibrio, affiancata dagli scambi pressoché quotidiani col dottor Jung: gli parla di lei, del suo rapporto conflittuale col padre. In questi incontri si discute anche di altro, come del desiderio di Sabina di divenire medico.

Con l'aiuto di Jung Sabina riesce ad affrontare le proprie emozioni, ad ammettere la sua attività masturbatoria e la sua eccitazione di fronte alle umiliazioni, sensazioni che la fanno sentire indegna. Ed è così intellettualmente stimolante Sabina, che Jung si avvale della sua presenza durante i suoi esperimenti sulle associazioni di parole, nei quali partecipa anche la moglie del dottore, Emma (Sarah Gadon), figura che nel film ci appare sempre come deliziosa, posata ed eccessivamente accomodante, mentre partorisce figli nella speranza di avere da questo suo marito la giusta attenzione, e in questa sua parvenza stereotipata è quasi l'alter ego dell'ombrosa Spielrein.

Parte II: Il Re, il Principe e... Sabina
Sabina, migliorando la propria stabilità emotiva, riesce a iscriversi all'università,
alla facoltà di Medicina. Nel contempo, assistiamo sullo schermo a Jung che a Vienna si presenta all'eminente Freud, che qui ha il volto quasi irriconoscibile dell'attore Viggo Mortensen: la prima "chiacchierata" tra i due, nell'intimo ambiente dello studio freudiano, si protrae per tredici ore.

Questo primo scambio getterà le basi di un fecondo rapporto di stima e affetto che durerà diversi anni prima della disillusione e della frattura finale, di fronte a differenze
sia caratteriali che di forma mentis clinica nell'applicazione del pericoloso metodo.
E se ci viene mostrato come il rapporto di Jung-Freud abbia connotazioni di legame padre-figlio, il Dottore svizzero ha invece con la sua paziente un rapporto che si fa sempre più paritario.

E poi ecco apparire sulla scena, interpretato da Vincent Cassel, il mentalmente disturbato Psicoanalista Otto Gross, che come paziente e collega di Jung diventa portatore di un motto rivoluzionario per lo stesso Jung.
«Il nostro lavoro è rendere i nostri pazienti liberi» sentenzia Gross, ed egli stesso ne è così convinto da non farsi scrupolo a prendersi come amanti le proprie pazienti.

Questo incontro è per Jung l'occasione per indagare un proprio lato nascosto che diventa spinta: è questa forza di propulsione che lo spinge ad abbassare le difese e a intraprendere una relazione con Sabina.

Sfumano i confini dell'etica, eppure in questo connubio dannoso un'inquadratura ci svela l'intensità e probabilmente la forza creativa che ha il loro scambio: li vediamo filmati abilmente dall'alto mentre sono abbracciati sulla barca dalla vela rossa che la moglie di Jung gli ha donato. In questo abbraccio si lasciano cullare dalle acque del lago che, potremmo dire, diviene egli stesso simbolo del territorio ignoto in cui si sono addentrati.

Sabina non rappresenta per Jung la sicurezza, anzi, è l'esatto contrario della quiete che trova nella moglie: «Con me io voglio che tu sia feroce, che tu mi punisca» gli confiderà la Spielrein, in questo desiderio in cui i due si fanno esploratori di se stessi, questo desiderio cui si arrendono.

Quando una lettera anonima (è palese nel film che la mittente sia la signora Jung) arriva nelle mani della famiglia Spielrein si rischia un notevole scandalo. Jung non esita a questo punto a prendere le distanze dalla sua paziente-amante che, di fronte a questo allontanamento, in una scena particolarmente intensa reagisce ferendo l'uomo con un tagliacarte.

Inizia uno scambio di missive nel quale Jung non è sincero con Freud circa il suo coinvolgimento con Sabina. L'analista svizzero finirà poi per cedere, di fronte alle richieste quasi ricattatorie della Spielrein, e ammetterà la verità al proprio mentore, che non esita a scrivere alla donna ammirato dal contegno che questa ha saputo mantenere.
Siamo nel periodo in cui Jung è per Freud il "principe ereditario", ma di certo non resta indifferente al valore della Spielrein, decisa a sua volta a diventare Psicoanalista.

Parte III: Alla ricerca dell'essenza dell'uomo
Il viaggio che a questo punto della pellicola Freud, Jung e lo Psicoanalista Sándor Ferenczi (Arndt Schwering-Sohnrey) intraprendono per l'America per portare "il loro verbo" sembra essere la separazione definitiva tra Jung e Sabina.
In realtà nel 1910 la coppia si ritrova per lavorare alla tesi della donna e, per un breve istante, la loro relazione riprende.

È in questa fase che lui le confida: «Eri tu il gioiello prezioso», e quando alla fine lei comprende la necessità di prendere le distanze da Zurigo (ossia dall'amato), Jung ammette la propria viltà nel non trattenerla, e nel pianto dell'uomo si definisce il loro dividersi: «Andrò dovunque per sentirmi libera» è la coraggiosa decisione di Sabina.

Nel frattempo si consuma definitivamente anche il rapporto tra Jung e Freud, ormai sfociato in un conflitto che ricalca il conflitto di un figlio che reclama al genitore la propria strada. Tanto è vero che assistiamo, durante una riunione di Psicoanalisti, a un discorso sul faraone Amenhotep IV (su cui Jung ha scritto un saggio), discorso che accende i toni tra Freud e Jung e ripropone in realtà fra le righe proprio uno scontro padre-figlio che si confrontano su concezioni radicalmente diverse: lo scambio tra i due si fa talmente pungente che Freud viene colto da un malore e viene soccorso dal giovane collega.

Poco dopo si recidono le comunicazioni tra i due, e se Freud apprezzerà sempre più le doti di Sabina, la fine dell'amicizia con Freud è per Jung un fattore che precipita ulteriormente le sue condizioni psicologiche: è il tracollo emotivo che affliggerà a lungo il fondatore della Psicologia Analitica.

Di fronte a ciò è la stessa signora Jung a chiedere aiuto a Sabina, ormai sposata con un medico russo, ormai incinta e ormai decisa a specializzarsi in psicologia infantile.
Per cui ecco l'incontro tra il medico e la paziente, tra l'uomo e l'amante e tra due colleghi: lui è palesemente depresso mentre contempla il paesaggio lacustre, e si confida con Sabina, seduti su di una panchina; in questa giornata luminosa (come quella in cui lei era stata internata), lui le racconta di un suo sogno - lui, uomo quasi sensitivo.
Nel sogno, il mare invadeva il continente tutto, e la sua superficie si colmava di cadaveri e si faceva sangue, "il sangue dell'Europa": qualcosa che accadrà presto, il conflitto mondiale.

Su questa panchina, non si discute solo il destino dell'umanità, ma anche dell'uomo che egli è: le parla di "territori inesplorati" e del bisogno di condurre il paziente "in un viaggio" destinato a fargli incontrare "la persona che voleva essere".
E in questo idealismo che non riesce ancora a realizzare si esprime la sua immane tristezza. Le racconta della sua nuova amante (si tratta di Toni Wolff, anche lei prima paziente di Jung e poi Psicoanalista), eppure le sussurra: «L'amore per te mi ha fatto capire chi sono», una dichiarazione davvero importante, per un uomo che dell'uomo cerca l'essenza.

Sabina come simbolo e come protagonista della Psicoanalisi
Questa dunque la pellicola che attualmente merita di essere vista al cinema, col suo essere piuttosto corretta nel dato biografico, col suo rendere fruibile il concetto di Psicoanalisi al grande pubblico senza svilirne l'essenza; ed è soprattutto, pur con qualche licenze poetica, un film che ci delinea queste figure fondamentali del movimento psicoanalitico.

Nel film è palese la perplessità di Jung di fronte al "pragmatismo" del Maestro, che non concepisce gli interessi spirituali e parapsicologici dell'altro, il suo amore per il sondare quella che oggi si definisce talvolta la "mente estesa".

Altrettanto chiara è la junghiana contrarietà verso l'interpretare ogni cosa sotto l'egida della pulsione sessuale, avendo egli una visione più composita e filosofica dell'uomo;
si comprende qui come i due siano nettamente diversi, non uno allievo dell'altro, ma - da subito - uno estimatore dell'altro, ma già con una propria visione in divenire.

Se Jung, convinto dagli scritti di Freud, aveva iniziato con lui una corrispondenza che
li aveva poi portati alla nascita del loro complesso rapporto, il momentaneo credere
da parte del più anziano che l'altro sia l'erede non può celare in alcun modo le differenze enormi che li contraddistinguono, che dividono Freud da colui che teorizzerà
"L'inconscio collettivo".

Seppur le fondamentali diatribe tra i due uomini sull'inconscio vengono solo sfiorate,
in "A Dangerous Method" viene bene espressa l'insanabilità di questa frattura affettiva e teorica.

Eppure la chiave di volta è lei, Sabina, congiunzione dei due e poi semplicemente se stessa. Donna che finalmente ha un suo riconoscimento e diviene simbolo di questa triade in cui lei - la più irrequieta - pare essere l'unica a riemergere, a proseguire per la propria strada, lasciando dietro di sé uno Jung prostrato e un Freud coriaceo.

Lei, la più sconosciuta, è colei che dà spunti fondamentali a entrambi.
Senza entrare nel particolare storico del suo rapporto con Jung - che si sa essere andato ben al di là dei confini etici - l'incontro tra i due è fondamentale.

Nella pellicola Sabina chiede a Jung, perplesso per l'intraprendenza di lei che ammette l'attrazione che sente verso il medico: «Non c'è qualcosa di maschile dentro ogni donna
e qualcosa di femminile dentro ogni uomo?».

Al di là di Animus e Anima, chissà quanto troviamo di Sabina negli archetipi e nelle visioni junghiane, quanto troviamo di lei e di ciò che la loro relazione ha insegnato a Jung, soprattutto rispetto a un tema complesso come il controtransfert.

Ancora più netto e incontestabile è il suo ruolo nelle teorizzazioni freudiane, senza che il suo contributo venga adeguatamente riconosciuto.

Nel film, la Spielrein sostiene che la repressione del sesso avviene perché la sessualità è fusione, e dunque l'Ego, per sua sopravvivenza, tenta di resistervi. Ma la sessualità è anche creativa, perché da due si crea una nuova entità, così come i tre personaggi si fondono e da essi emerge una disciplina che ha fatto storia, emerge dal loro ferirsi, dal loro unirsi e disintegrarsi.

«Solo il medico ferito può guarire», asserisce proprio Jung contemplando le acque del lago, e Sabina è stata ferita prima ancora di essere medico.

Nella realtà, sappiamo che lo scritto di Sabina, "La distruzione come causa della nascita", è denso di un significato innovativo che non può non venire rielaborato; la "pulsione di morte" trova in questa donna una scopritrice intuitiva, ben ritratta in questa pellicola, che ci parla di quell'interagire di Eros e Thanatos che lei ha conosciuto su di sé in primis.

Nella realtà, sappiamo anche del suo ritorno in Russia, del "suo" Asilo Bianco, in cui stimolerà il potenziale creativo dei bambini.
Sappiamo del suo impegno nella Psicoanalisi e sappiamo purtroppo anche della sua tragica morte, assieme alle figlie e ad altri innocenti, in una sinagoga di Rostov, nel 1942, per mano dei nazisti.

Oltre i confini europei: La "peste" psicoanalitica sbarca in America
Jung, con i suoi sofferti percorsi interiori; Freud, che qui appare ancorato alla propria autorità; e Sabina, donna in divenire, sono rappresentati in questa Belle Époque, a strapiombo sul baratro del conflitto bellico, come immagine di un'epoca, del suo ribollire intellettuale, del suo andare incontro alla distruzione per poi comporsi e ricomporsi.
Ognuno, nella fatica di Cronenberg, svela le fragilità e le insicurezze dell'altro e ripropone gli articolati moti interiori dell'animo umano.

E peccato che nella finzione e nella storia effettiva manchi questa figura di donna,
sulla nave che porta Freud, Jung e Ferenczi verso l'America. E proprio all'ingresso del porto di New York sentiamo Freud chiedere agli altri ironicamente:
«Secondo voi lo sanno che stiamo arrivando a portar loro la peste?».

Tre europei che con le loro idee vanno a portare nel Nuovo Mondo qualcosa di epidemico, che potrebbe attecchire e propagarsi: la Psicoanalisi.
E, infatti, così è stato.

Possibili utilizzi per la professione
Un film come "A Dangerous Method" non può passare inosservato allo sguardo della nostra professione. Non si tratta di essere appassionati di cinema, ma semplicemente di essere appassionati del nostro ruolo.

E, al di là di questo, si tratta di una pellicola che approfondisce la storia della nascita di due importanti filoni nel nostro settore: un "ripasso" storico, se volete, e la scoperta di una figura femminile dimenticata, che può stimolare la ricerca di ulteriore sapere.

"A Dangerous Method" consente di umanizzare due figure - Freud e Jung - ormai nel mito, e ci aiuta a porci interrogativi circa noi stessi, l'origine e le dinamiche dei nostri punti di vista, accettando anche le inevitabili incertezze che talvolta - quasi con vergogna - ammettiamo solo a noi stessi.
E non è poco.

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